Una traduzione imprecisa, l’esempio del termine Whistleblower

Nella categoria Whistleblowing da su 6 maggio 2017 1 Commento

Words-have-Power

Tradurre non è un’operazione neutra perché ha delle implicazioni sociolinguistiche notevoli, una lingua non può essere travasata in un’altra senza effetti, essa vive nel contesto sociale e culturale di appartenenza, ogni parola che la compone è collegata a una rete di significati espliciti e impliciti propri della struttura stessa del pensiero di un popolo che si è espresso in quella lingua, pertanto tradurre significa sempre perdere o aggiungere qualcosa, tradire l’originale come ci ha insegnato Umberto Eco, filtrando il dato lessicale con la propria esperienza e cultura.

Non è un caso che il verbo tradurre derivi dal verbo latino traducĕre che significa trasportare – trasferire, e ogni trasferimento implica un adattamento che non sempre è facile, anzi a volte può essere molto difficoltoso, ma proprio da queste difficoltà è possibile scoprire le peculiarità, le differenze sociolinguistiche e quindi culturali tra le lingue che vengono a contatto, le parole diventano marcatori evidenti di differenti modi di pensare e agire.

 

Un caso emblematico di “traduzione imprecisa”, di cambiamento di senso dovuto a una traduzione è quello che accade al termine inglese Whistleblower che tradotto e trasferito nella nostra lingua assume sfumature semantiche molto diverse dall’originale, infatti in italiano viene spesso tradotto con parole come soffiatore, spifferatore, talpa, tutti termini semanticamente connotati in maniera negativa.

Infatti questi termini appartengono al campo semantico dei ruoli all’interno di un gruppo coeso e vengo spesso usati per riferirsi a soggetti che tradiscono la fiducia del gruppo, e pertanto il Whistleblower viene a configurarsi nella sua versione in italiano come un soggetto che viene meno ad un tacito accordo, che in quanto tale prevede fedeltà e rispetto di regole interne che nulla hanno a che fare con le regole di quelli che sono fuori dal gruppo, infatti la contrapposizione noi-loro è alla base del senso di appartenenza a un gruppo e lo spifferatore è proprio colui che viene meno a questa implicita contrapposizione soprattutto quando rivela qualcosa di illecito o segreto.

 

Da ciò è facile inferire quanto nella nostra cultura sia difficile trovare termini, specialmente quando si parla di legalità che mettano in primo piano l’appartenenza a una comunità nazionale fondata su leggi, rispetto invece ai termini più comuni e diffusi che si riferiscono al gruppo di appartenenza.

Tutto questo è la spia di come il senso di appartenenza al proprio gruppo sia più vivo rispetto alla cittadinanza attiva, al sentirsi parte di una più grande collettività con le sue leggi e regole che invece sono considerate qualcosa di astratto e lontano dall’agire quotidiano.

Una traduzione migliore perché più neutra, data al termine Whistleblower è quella di informatore, in questo caso si perdono le connotazioni negative, ma insieme ad esse anche le peculiarità dell’originale inglese, la sua potenza e incisività semantica, in quanto analizzando il termine inglese possiamo notare che è composto da Whistle che significa fischietto e Blower che significa soffiatore, dunque il Whistleblower nella cultura anglosassone non è altro che qualcuno che soffia un fischietto, un arbitro all’interno delle organizzazioni e delle aziende capace di attirare l’attenzione sui “falli” commessi, non un traditore, uno spifferatore-spione, ma un garante del corretto svolgimento del gioco, qualcuno a cui tutti, in primis gli altri membri dell’organizzazione dovrebbero essere grati.

 

Appare chiaro quanto questa connotazione positiva non emerga nelle varie traduzioni italiane, e quindi trovare un modo più adeguato di tradurre questa parola inglese non è un semplice cruccio da linguisti ma un dovere etico per chi vuole diffondere la cultura della legalità, che non può prescindere dalle parole, perché le parole non sono oggetti neutri, puri referenti di oggetti o azione concrete, ogni parola apre la porta a una rete di significati espliciti o da inferire, mondi diversi capaci davvero di cambiare il modo in cui percepiamo la nostra realtà.

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Sono laureato magistrale in Scienze dell'Informazione della Comunicazione e dell'Editoria e in Letteratura, Filologia Moderna e Linguistica e voglio diventare un insegnante. Mi piace scrivere e approfondire gli argomenti che mi interessano e credo che il tema della legalità, dell’educazione a una cittadinanza attiva e consapevole sia la base del vivere civile, l’unico modo per costruire un futuro migliore. Penso che questo progetto sia un ottimo modo per promuovere tutto ciò, un modo per avvicinare le nuove generazioni al tema della corruzione per imparare a riconoscerla e combatterla.

Commenti (1)

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  1. avatar Giovanni scrive:

    la sovranita’ appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione (art.1).
    Il cittadino, individualmente, esercita la sovranita’ popolare osservando la Costituzione e trasfondendo i comportamenti conseguenziali nella vita concreta di tutti i giorni.
    I cittadini-dipendenti pubblici, in virtu’ degli art. 54 e 98 della Costituzione devono partecipare alla vita civile e democratica del Paese.
    Le P.A., devono operare alla luce dell’art. 97 della Costituzione.
    La segnalazione di condotte illecite nel nostro Paese del cittadino-dipendente pubblico, e’ diritto-dovere a salvaguardia del patrimonio pubblico del Paese e della collettivita’
    Quindi nel nostro Paese chi segnala condotte illecite non e’ un mero segnalatore di illeciti e disfunzioni ma esercita un diritto-dovere peculiare di servizio esclusivo alla Nazione.
    La corretta gestione del patrimonio pubblico e’ INTERESSE DI TUTTI e delle generazioni future!

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