La corruzione e la crescita economica. A cura della Dr.ssa Beatrice Furia e Dr.ssa Michela Mazzocco, discente del Master Anticorruzione, Terza Edizione.

Nella categoria Eventi da su 12 settembre 2018 0 Commenti

“La corruzione è come una palla di neve quando incomincia a rotolare può solo aumentare” (Charles Caleb Colton).

La parola corruzione è oramai un termine all’ordine del giorno, la si sente quotidianamente nei telegiornali, la si legge ordinariamente nei quotidiani; è un fenomeno che dilania nel nostro Paese da talmente tanto tempo a tal punto che parlarne senza cadere in stereotipi non è poi così semplice.

In tanti sanno cosa vuol dire porre in essere un atto corruttivo, in pochi conoscono i danni profondi al sistema, specialmente quello economico, che può provocare, che ha provocato e continua ogni giorno a provocare. Ma come mai la corruzione è un fattore particolarmente nocivo al sistema economico? Quali sono le cause che determinano un effetto negativo all’economia di un Paese? Come possiamo misurare il livello di corruzione del nostro Paese?

Nella classifica mondiale della corruzione percepita, l’Italia si posiziona al 60° posto su 176 Paesi. Lo scenario peggiora se si considerano solo le economie avanzate: in questo caso la Penisola risulta il Paese in cui si percepisce più corruzione in assoluto. L’effetto della corruzione ha senz’altro contribuito alla formazione di debito pubblico portando l’Italia ad essere uno tra i Paesi avanzati con il peggiore rapporto debito pubblico/PIL. All’interno dell’Unione Europea, l’Italia è al terzultimo posto nella classifica globale di percezione della corruzione, (Transparency International, «Corruption Perception Index», 2016) e occupa il 18°posto nel Global Competitiveness Index (World Economic Forum, 2016-2017) che valuta annualmente la produttività e l’efficienza dei paesi. Mettendo a confronto questi due indicatori si nota che, di media, a maggior corruzione percepita corrisponde un minore livello di competitività del Paese in oggetto. La corruzione comporta una vera distorsione del mercato, causando anche sprechi e perdite dirette di capitale. In particolare disincentiva gli investimenti sia nazionali che stranieri; nessun imprenditore dunque, metterebbe a rischio le proprie risorse in un Paese in cui non c’è rule of law, la burocrazia è “sconfortante”, la normativa anticorruzione è molto debole e i processi hanno tempi infiniti ed esiti incerti.

Punto da evidenziare è il principio della libera concorrenza, uno dei pilastri della Comunità Economica Europea. Un qualunque imprenditore, in quanto tale ha come finalità il lucro cosicché tende ad offrire una proposta migliore degli altri competitors sul mercato. Nel caso in cui dovesse esistere il fenomeno corruttivo nell’azienda, questo comporterebbe un venir meno di un interesse al fine di un miglioramento tecnologico, della riduzione dei costi, dell’ottimizzazione della produzione. Quindi la corruzione in azienda comporta il venir meno dell’interesse a migliorare la propria azienda al fine di renderla competitiva, ma è sufficiente pagare la tangente. Questo comporta la man- canza di competitività dell’impresa nazionale corrotta rispetto alle imprese di altri Paesi. L’Italia, proprio per la sua appartenenza alla Comunità Europea, può partecipare a gare di qualunque altro Paese.

L’impresa che si aggiudica appalti con il solo pagamento di una tangente, non preoccupandosi di migliorare la propria organizzazione, non andrà mai all’estero in quanto consapevole di non essere competitiva rispetto alle imprese straniere. In questo contesto, è importante anche evidenziare l’importanza che riveste la reputazione e come la corruzione possa metterla a rischio. Il rischio, però, non è insito solamente nei comportamenti poco puliti dei dipendenti e dirigenti, ma anche e soprattutto dalle aziende con cui si fanno affari che sono le prime a poter danneggiare la reputazione aziendale. All’interno dell’ “Anti-bribery and Corruption Report” nell’edizione del 2017 è emerso che il rischio di avere a che fare con chi non abbia una buona reputazione, o non dedichi tutte le attenzioni necessarie per scongiurare il malaffare, e possa quindi danneggiare la propria immagine è il motivo fondamentale per il quale le società hanno timore di intrattenere relazioni con una società terza nello svolgimento quotidiano delle proprie attività. I programmi in materia di anticorruzione oltre che a fungere da regolamentazione devono essere visti anche come uno strumento che può proteggere la sua reputazione, considerata come patrimonio essenziale.

In altre parole l’alleato dell’anticorruzione è qualcosa che sopravvive al profitto che si potrebbe realizzare nel breve periodo non seguendo le regole. Sono le aziende stesse a capire che combattere la corruzione è un investimento sul futuro della propria impresa. Tutto questo come può essere tradotto in poche parole? Si può tranquillamente affermare che la corruzione rappresenta un costo per l’impresa, sia sotto un profilo economico-monetario sia etico-morale. L’impresa corrotta, infatti, e di conseguenza l’intero sistema in cui essa è inserita, perde sempre più credibilità agli occhi delle sue concorrenti nazionali e degli investitori stranieri, fino a distruggere la propria reputazione irreversibilmente. In un Paese come il nostro ciò che deve cambiare per cercare di prevenire, o comunque mitigare questo fenomeno, è la cultura della legalità al fine di ristabilire, come affermato da Don Luigi Ciotti, “la dignità e la libertà dell’essere umano, a ogni livello e latitudine. Un Paese che non investe o non investe più sulla cultura, smette in quel momento di essere un Paese libero”.

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