BUROCRAZIA. NUOVO CODICE: APPALTI IN CALO. I COSTRUTTORI: È COLPA DEL NUOVO CODICE

 

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Da maggio il giro d’affari è crollato dell’86% Oggi sono quasi del tutto scomparsi al Sud, e non solo quelli di importi degni di nota (oltre i 100 milioni, ad esempio) e al Nord non è che se la passano meglio.

Nell’Italia meridionale gli appalti pubblici sono diminuiti di un altro 8,6% che si aggiunge al clamoroso meno 25% con cui si era chiuso il 2016.

E con una perdita di valore che sfiora il 25%.

A finire sul banco degli imputati – come racconta Nando Santonastaso, su Il Mattino del 15 dicembre 2017, alle pagine 1 e 10 – è il nuovo Codice degli appalti, entrato in vigore nell’aprile 2016 e modificato esattamente un anno dopo.

Se si sfoglia l’elenco pubblicato dall’Associazione nazionale costruttori (Ance) nei primi nove mesi di quest’ anno gli unici lavori pubblici che hanno interessato il Sud si riferiscono al raddoppio della linea ferroviaria Palermo-Catania, alla manutenzione ordinaria e straordinaria di varie tratte sempre Fs (come in tutta Italia) e all’«affidamento della concessione in project financing per la riqualificazione e l’efficientamento energetico dell’ente autonomo Voltumo srl», per circa 177 milioni.

Tutto qui e non è che quando si scende di gradino nella classifica degli importi le cose vadano meglio.

Quasi inevitabile, di fronte a queste cifre, che il settore delle costruzioni resti saldamente ancorato all’ultimo posto dei settori produttivi, quasi refrattario alle spinte di crescita che pure si ve- dono e in parte si consolidano.

Con la conseguenza, ma anche questo è un effetto quasi scontato, che l’occupazione continua a perdere addetti, che allunga la catena di anni con il segno negativo iniziata a ridosso della grande crisi economica. Meno noto, almeno per i non addetti ai lavori, è che a finire sul banco degli imputati è il nuovo Codice degli appalti, che il ministro Graziano Delrio ha voluto e difeso da critiche sospetti.

Un Codice, studiato per riportare trasparenza e chiarezza nelle norme che presiedono agli appalti pubblici troppo spesso al centro di clamorose inchieste giudiziarie, che oggi è indicato dai costruttori come il principale responsabile della contrazione ulteriore dei lavori pubblici, soprattutto nel Mezzogiorno, e addirittura come indiretto «sostenitore» delle aziende più forti e organizzate e dunque meglio attrezzate.

Non è un caso documenta ad esempio l’Ance, che la ripresa che pure si era manifestata nei primi mesi del 2017 sul numero e sul valore degli appalti (13.300 le gare pubblicate con un aumento del 12% rispetto all’anno precedente) si è bruscamente fermata a maggio, un mese dopo cioè il via libera definitivo al correttivo del Codice. Anche al Nord. Nei Comuni il crollo è stato immediato, meno 25%, mentre nelle Amministrazioni dello Stato si è andati di male in peggio: meno 24% nel numero degli appalti e addirittura meno 86,5% nel valore degli importi. Certo, le gare per lavori fino a 150mila euro sono rimaste con il segno positivo (+11%) ma per quelle oltre i 100 milioni e tra 15 e 25 milioni, che hanno un fortissimo impatto
occupazionale, il passo indietro è stato evidente.

Come se non bastasse, inoltre, al Codice si attribuisce anche la mancata soluzione di un altro annoso problema che penalizza l’edilizia, i tempi di pagamento della Pubblica amministrazione; non esiste, inoltre, un parametro oggettivo di valutazione delle proposte, dicono i costruttori, perché il principio dell’offerta economicamente più vantaggiosa – di fatto – è un criterio troppo discrezionale.

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