Abusivismo, mafia e corruzione: il rapporto Legambiente

Nella categoria Ambiente e Territorio da su 12 aprile 2016 0 Commenti

ecomafia-2015-cover-680x365Il rapporto tra mafia, abusivismo e corruzione è un fenomeno che ormai non risparmia nessun lembo d’Italia. Tra il 2006 e il 2010, le regioni del Nord, con 7.139 infrazioni, 9.476 persone denunciate, 1.198 sequestri e 9 arresti, hanno fatto registrare dati allarmanti, che indicano come questi fenomeni non siano più una prerogativa solo del Sud del paese. Questa la sintesi di Cemento spa, dossier di Legambiente presentato a Genova nel marzo 2012, in occasione della XVII Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, organizzata dall’associazione Libera. Il rapporto scatta un’inquietante fotografia del malaffare che si annida nel ciclo del cemento, una panoramica macroregionale utile per comprendere quanto l’illegalità sia radicata e quanto sia importante estirparla.

 Il ciclo illegale del cemento raggiunge in assoluto i valori più elevati nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (Campania, Calabria, Sicilia e Puglia) e nel Lazio. Ma, come già accennato, registra numeri sorprendenti anche al Nord Italia. La Liguria è la prima regione del Nord come numero di illeciti accertati dalle forze dell’ordine, con 1.797 infrazioni, 2.641 persone denunciate e 337 sequestri, seguita dalla Lombardia (1.606 infrazioni) e dall’Emilia Romagna (1.078). Un dato ancora più allarmante se lo si rapporta con l’estensione del territorio ligure: l’incidenza è di 33 reati ogni 100 chilometri quadrati (quella di Lombardia, sempre per avere un dato di riferimento, è di 6,7). È Imperia la provincia con il maggior numero di reati accertati, 453, seguita da Genova (401), Savona (398), Sondrio (398), Trento (326) e così via. Ragionando per macro-aree, dunque, il maggior numero di infrazioni si concentra nell’Italia Nord occidentale: 4.473 gli illeciti registrati, rispetto ai 2.666 di quella Nord orientale.

Il mercato del calcestruzzo, legale e illegale, è storicamente un settore prediletto dalle mafie, che possono contare da sempre su un ben collaudato sistema di connivenze e complicità. Ma se all’inizio i clan hanno mosso le betoniere principalmente al Sud, da qualche decennio sono ben strutturati ovunque nel territorio. Un dato che sintetizza la gravità della penetrazione mafiosa al Nord è quello relativo ai beni confiscati alle mafie: al 1 febbraio 2012 hanno raggiunto quota 1.431, di cui 1.176 immobili e 255 aziende. Secondo l’analisi della Direzione nazionale antimafia (Dna), sarebbero almeno 26 i clan mafiosi consolidati nelle regioni settentrionali e la Lombardia, come aziende confiscate (205), è la terza regione d’Italia, dopo Sicilia (561) e Campania (317). Strettamente legata alla criminalità organizzata è poi il fenomeno della corruzione, come dimostrano le stime della Corte dei Conti (2012), secondo cui buona parte dei 60 miliardi di euro “fatturati” ogni anno nel nostro Paese dalla corruzione può essere ricondotta proprio al sistema degli appalti pubblici e alla “valorizzazione” immobiliare del territorio. Soltanto nel 2010, rivela Legambiente, il mattone illegale ha fatturato almeno 1,8 miliardi di euro.

Altro capitolo, seppur spesso correlato a fenomeni quali abusivismo e corruzione, riguarda l’infiltrazione delle mafie nell’industria delle costruzioni operante al Nord. I momenti maggiormente critici per il rischio penetrazione delle mafie, a detta del dossier, sopraggiungono più spesso nella fase di esecuzione che in quella di aggiudicazione degli appalti: è infatti attraverso la pratica del sub-appalto o tramite le attività di fornitura di merci e servizi locali che imprese legate a cosche e clan riescono a entrare in affari con gli enti pubblici. Secondo la Dia di Milano, giusto per citare un esempio, in Lombardia il 30% degli appalti pubblici è a rischio di infiltrazione mafiosa.

Tre le proposte rilanciate da Legambiente per combattere gli illeciti, progetti semplici, spesso in linea con quanto indicato dalla Commissione Europea o da altri organismi sovranazionali. Per prima cosa si auspica che venga approvato un serio ed efficace sistema sanzionatorio contro la corruzione, a cominciare dalla ratifica della convenzione di Strasburgo del 1999, che prevede l’introduzione nel nostro codice di delitti come il traffico di influenze illecite, la corruzione tra privati, l’autoriciclaggio; poi, Legambiente propone l’introduzione nel codice penale di reati contro l’ambiente (come l’Unione Europea ha indicato nella direttiva 2008/99/CE); in ultimo, la stesura di un piano nazionale contro il fenomeno dell’abusivismo edilizio, una pratica ben lungi dall’essere stata sconfitta.

Ad oggi, il nostro ordinamento ha compiuto dei passi in avanti, colmando, in parte, le lacune normative evidenziate dal rapporto Legambiente. Nel maggio 2015, infatti, l’aula del Senato ha approvato a larga maggioranza il disegno di legge contro gli ecoreati che prevede l’introduzione nel Codice Penale di un nuovo titolo dedicato ai Delitti contro l’ambiente al cui interno sono contemplati quattro nuovi reati: disastro ambientale, inquinamento ambientale, traffico di rifiuti ad alta radioattività e impedimento dei controlli.

L’introduzione dei reati ambientali nel codice di rito è senza dubbio una tappa fondamentale all’interno del percorso giuridico di accentuazione della tutela ambientale nel nostro Paese, ma la strada da percorrere è ancora molto lunga e il compimento di un’effettiva bonifica culturale, vero motore di un cambiamento duraturo e nell’interesse di tutti, è un traguardo ancora lontano dall’essere raggiunto.

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