Gli intrecci tra criminalità organizzata e corruzione. Cenni sulla mafia. Articolo a cura dell’Avv. Federica Colletta, discente del Master Anticorruzione, IV Edizione, Università degli Studi di Roma Tor Vergata

Nella categoria Analisi e Ricerche, Articoli Master Anticorruzione da su 25 febbraio 2020 0 Commenti

Le analisi del fenomeno mafioso, agli inizi della sua manifestazione, mettono in luce come l’aggettivo “mafioso” fosse considerato più un atteggiamento mentale, una caratteristica tutta siciliana di fierezza di spirito e orgoglio, piuttosto che un comportamento delinquenziale. La considerazione, per così dire, positiva di questo modo di essere si ritrova finanche nel 1925 quando Vittorio Emanuele Orlando, in occasione delle elezioni amministrative palermitane e facendo riferimento ad una precedente affermazione di Giuseppe Pitrè1, afferma:
Ora vi dico che se per mafia si intende il senso dell’onore portato fino alla esagerazione, l’insofferenza contro ogni prepotenza e sopraffazione, portata sino al parossismo, la generosità che fronteggia il forte ma indulge al debole, la fedeltà alle amicizie, più forte di tutto, anche della morte, se per mafia si intendono questi sentimenti e questi atteggiamenti, sia pure con i loro eccessi, allora in tal segno si tratta di contrassegni indivisibili dell’anima siciliana e mafioso mi dichiaro e sono lieto di esserlo!2
Un altro caso lo ritroviamo nella seduta parlamentare di giovedì 23 giugno 1949, fatto del quale ho appreso conoscenza grazie alla magistrale lezione del Generale Giuseppe Governale tenuta al Master Anticorruzione. L’ordine del giorno recava la discussione di una mozione e lo svolgimento di una interpellanza sulle condizioni dell’ordine pubblico in Sicilia. Durante la discussione, il Ministro dell’Interno Mario Scelba ha affermato:
“Onorevoli Senatori, basta mettere il piede a Palermo, o, senza andare a Palermo, incontrarsi con qualcuno della Provincia di Palermo, perché dopo pochi minuti si parli della mafia; e se ne parla in tutti i sensi, perché se passa una ragazza formosa, un siciliano vi dirà che è una ragazza mafiosa, oppure se un ragazzo è precoce, vi dirà che è mafioso. Si parla della mafia cucinata in tutte le salse: ma, onorevoli senatori, mi pare che si esageri in questo3.”
Ben 40 anni dopo, il 20 marzo 1989, nell’intervista condotta da Enzo Biagi a Luciano Liggio, quest’ultimo alla domanda su cosa fosse la mafia e se fosse da lui considerata una cosa riprovevole, rispondeva: “(…) dandomi del mafioso sempre continuamente, non credo che ho niente da rimproverarmi; o d’avere fatto male a chicchessia nella mia vita; o di avere approfittato di una qualsiasi… sfido chiunque a provarmi diversamente da quello che dico. Leggendo vari autori che hanno parlato su ‘sta parola mafia’, e rifacendomi al Pitrè, che è uno dei grandi cultori della lingua antica siciliana, ‘mafia’ doveva essere una parola di bellezza, come bellezza non solo fisica, ma anche bellezza come spiritualità. Nel senso che se si incontra una bella donna diciamo: come è mafiosa ‘sta femmina, è una bellezza; un bel cavallo è mafioso ‘sto cavallo; un bel cappotto, è mafioso ’u cappotto, il cappotto mafioso. Era la parola, il significato. (…) era un complimento e un fenomeno di bellezza4”.
E’ evidente come gli ultimi due riferimenti siano quasi coincidenti.
Da mero stato d’animo o semplice atteggiamento, il fenomeno mafioso diventa associazione per delinquere, grazie ai numerosi processi che hanno interessato le organizzazioni mafiose nel nostro

Paese, dall’Unità sino ai giorni nostri. Proprio pochi giorni fa, il 10 febbraio, abbiamo ricordato il 34esimo anniversario dell’inizio del Maxi processo nell’aula bunker del carcere Ucciardone a Palermo, grazie al prezioso lavoro condotto dal Pool antimafia di Palermo fortemente voluto dal Giudice Rocco Chinnici. Processo che si concluse con 346 condanne, per un totale di 19 ergastoli e 2.665 anni di reclusione, 22 mesi dopo, precisamente il 16 dicembre 1987. Dietro le sbarre vi erano numerosi nomi “eccellenti” di Cosa Nostra come Leoluca Bagarella, Pippo Calò, Michele Greco ma anche Totò Riina e Bernando Provenzano, nonostante a quel tempo fossero ancora latitanti.
Oltre alla forte capacità espansiva, il fenomeno mafioso si caratterizzò presto per la sua capacità di inserirsi nei circuiti politico-istituzionali e nella capacità di infiltrarsi nella pubblica amministrazione. Nella relazione semestrale che nel 2015 la Direzione investigativa antimafia ha consegnato al Parlamento si legge che tra mafia e corruzione c’è un “nesso congenito e fortissimo”.
La corruzione è un reato più grave dell’omicidio perché con le mazzette «non si uccide un solo individuo, ma la collettività» ha affermato il Generale Governale citando Gesualdo Bufalino ed Émile Zola.
Ad oggi, stante la capacità delle organizzazioni criminali di mimetizzarsi in più contesti, possiamo affermare che la mafia si rende responsabile di attività criminali che in precedenza lo stesso Giudice Falcone definiva “eventuali” e che adesso sono “necessarie” perché offrono il vantaggio di suscitare meno allarme sociale coinvolgendo funzionari, imprenditori o professionisti. Attività legate al riciclaggio e al reimpiego di capitali che implicano infiltrazioni all’interno della pubblica amministrazione, nella gestione degli appalti, nel settore del ciclo dei rifiuti, per creare una situazione di apparente legalità. Ed è per questo motivo che la corruzione di pubblici funzionari, lo scambio elettorale politico-mafioso, l’infiltrazione negli Enti locali, l’acquisizione di aziende produttive e la ricerca di imprenditori e professionisti compiacenti, costituiscono il volano per moltiplicare i profitti e allargare il raggio d’azione degli investimenti, allontanando sempre di più l’“aura mafiosa” dai propri affari5.
Le due aree grigie che entrano in gioco, i professionisti e gli imprenditori collusi da una parte e gli apparati infedeli della pubblica amministrazione dall’altra, rappresentano le due facce del fenomeno corruttivo. Le associazioni mafiose riescono a penetrare in queste zone grigie dando vita al principio della mutua assistenza, operando in un reciproco scambio di favori e di vicendevole disponibilità.
Ciò che resta difficile da risolvere in questo intreccio di relazioni è il perché tutto questo accade; forse (o meglio, sicuramente) per la mancanza di senso delle istituzioni, di coerenza e motivazione rispetto al lavoro che svolgiamo, l’assenza del sentimento del “benessere collettivo” o dell’integrità morale. L’inaccettabilità di tali condotte resta ma dovrebbe risuonare ancora di più la voce di chi, ogni giorno, lavora per far emergere proprio questi legami che, per il loro modo di essere, risultano ben nascosti e “mascherati” di legalità.

1 Giuseppe Pitrè, Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, vol. II, pag. 289 ss.
2 Riportato in: Paolo Pezzino, Introduzione, pag. 7, in AA.VV., La mafia le mafie, Tra nuovi e vecchi paradigmi, a cura di Giovanni Fiandaca e Salvatore Costantino, Roma-Bari, 1994.
3 Atti parlamentari – Senato della Repubblica, 23 giugno 1949
4 Novecento italiano ad opera di Di Mario Isnenghi, Emilio Gentile, Giovanni Sabbatucci, Valerio Castronovo, Vittorio Vidotto, Marco Revelli, Claudio Pavone, Ilvo Diamanti, Salvatore Lupo, Editori Laterza, 2011.
5 Relazione del Ministro dell’Interno al Parlamento sull’attività svolta e sui risultati conseguiti dalla Direzione Investigativa Antimafia- I semestre 2019

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