Quale finalismo aziendale per il bene comune? A cura di Dr.ssa Greta Shullazi, Discente e Tutor del Master Anticorruzione, Terza Edizione, a.a. 2017-2018

Nella categoria Eventi da su 26 giugno 2018 0 Commenti

 

NOi contro la CORRUZIONE si presenta ai suoi lettori con un sito web. Il nostro obiettivo è realizzare un prodotto culturale gratuito – il nostro sito web – nella convinzione e nella speranza che la cultura e l’informazione possano far crescere la consapevolezza e la capacità di agire nel mondo di ogni individuo, per trasformarlo, per renderlo più giusto e migliore. Ecco la idea: la potenza culturale italiana per combattere la corruzione, il patrimonio di intelligenza che è il nostro valore, la nostra identità, è nostro e nessuna forza oscura può togliercelo a meno che non glielo lasciamo fare, come spesso avviene per nostra colpa, occorre quindi istruirsi e imparare a ragionare, altrimenti l’azione di contrasto culturale sarà fiacca o solo retorica. La prevenzione e la repressione di corruzione hanno bisogno di una cintura culturale che le fondi e supporti nella società, nelle istituzioni democratiche. Se non vogliamo educarci per la società o per un ideale o per il futuro, facciamolo per noi stessi. La cultura non è solo un bel proposito da privilegiati, ma una necessità che conviene, è un’arma, la più forte arma della libertà.[1]

Don Luigi Ciotti ha detto: là dove la selezione delle classe dirigente in politica non premia la capacità e l’onesta ma l’abilità nel tessere relazioni sottobanco (meccanismo cosi collaudato da limitare o addomesticare ogni tentativo di scalzarlo), crescono il disincanto, la sfiducia, il disamore per il bene comune.

Parliamo di “beni comuni”. Non è un tema così ovvio come potrebbe sembrare, e non perché non si sappia di cosa si tratti, quanto piuttosto perché si è quasi persa l’abitudine a ragionarci sopra. La Chiesa Cattolica ne offre una definizione, dalla quale, a prescindere dall’orientamento religioso di ciascuno, è utile partire. Questa la definizione di “bene comune” proposta dal Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa:

 “Il bene comune non consiste nella semplice somma dei beni particolari di ciascun soggetto del corpo sociale. Essendo di tutti e di ciascuno è e rimane comune, perché indivisibile e perché soltanto insieme è possibile raggiungerlo, accrescerlo e custodirlo, anche in vista del futuro. Come l’agire morale del singolo si realizza nel compiere il bene, così l’agire sociale giunge a pienezza realizzando il bene comune. Il bene comune, infatti, può essere inteso come la dimensione sociale e comunitaria del bene morale.”

Risalta, la concretezza del concetto di bene comune. Nel punto di vista della Chiesa, è invece un bene che nasce e si accresce dal senso di comunità,  per questo ha tutte le caratterizzazioni di un bene effettivo. Malgrado questi nobili principi,  molto spesso si tende ad attuare il concetto inverso: l’accumulazione di beni destinati al proprio beneficio individuale, in quel che è un uso privato della ricchezza. Tale sforzo spinge il soggetto a sovvertire il sistema pur di raggiungere una fetta sempre maggiore di patrimoni; qui parliamo di conflitti di interessi quando il conflitto secondario o personale prevale l’interesse primario. Il mercato fallisce quando non riesce a soddisfare i bisogni e quando il potere si concentra troppo, chi ha potere rimuove il mercato. Il problema è che nessuno ha gestito il Conflitto di interessi. Se c’è un conflitto di interessi perché l’economia va ad interferire con il potere politico, le norme servono a poco, non riescono a coordinare i comportamenti sul mercato. Il potere va sempre controllato e criticato. Non combatto la corruzione solo perché è un male , ma perché nega il mio interesse. O, qualora fosse necessario, ci si adopera per mettere in atto strategie non contemplate dalla legge, per questo motivo e importante la legge sul Conflitto di interessi. Il conflitto di interessi non può essere visto mai come una forma di corruzione. Si tratta di un comportamento e, se non comunicato, lì scatta lo sanzione. Non basta solo individuare il Conflitto di interessi, per facilitare l’individuazione occore dare degli esempi. Le Aziende per essere esonerate dalla Responsabilità del reato 231 predispongono il Modello Organizzativo. Chi è che spinge l’Azienda verso il bene comune? La normativa deve allineare l’interesse che viene attribuito dagli Amministratori alle Aziende. Occorre saper influire nel processo decisionale. Se ti trovi davanti a una situazione di Conflitto di interessi ? Devi parlare con i manager? Ma, sanno i manager gestire il Conflitto di interessi? La formazione deve partire dai soggetti apicali. Altrimenti la Compliance non serve a nulla. Quindi si pone il tema della capacità delle persone di saper individuare, valutare ed affrontare il Conflitto di interessi, a causa della storica relazione tra persona e potere. La corruzione non si batte solo con le regole. Se la regola è impraticabile,  l’unica via per sopravvivere è aggirarla dall’alto cercando di diventare il famiglio di un potente o dal basso con la furberia. La regola se è ben fatta ed è giusta ed è chiara, può cambiare le cose, ma occorre che chi lo fa, sia esso soggetto pubblico o privato, abbia cultura e senso di collettività. Ma la corruzione non ha alcun freno, anzi aumenta di potenza quanto più si tiene vivo il desiderio di accumulare. In tal modo, si giunge ad una deriva dove vengono meno la dignità, l’uguaglianza e l’unità: viene dunque meno il bene comune.

Il focus sul fine che la governance di un’Azienda persegue è importante per comprendere perché in taluni casi si diffonde una cultura che favorisce fenomeni corruttivi di vario genere, a favore o contro l’Azienda.

Sulla base di ciò è quindi necessario che gli organi di amministrazione e controllo diffondano una cultura dell’anticorruzione, in primis attraverso il buon esempio e attraverso l’orientamento verso un fine compatibile con il bene comune. Guardando ad esempio ai più noti scandali e dissesti finanziari, molto spesso il fallimento dei sistemi di controllo ha messo in luce una totale assenza di etica nella finanza che è dovuta ai numerosi conflitti di interessi che hanno investito e continuano ad investire gli organi di controllo.

La corruzione è la negazione del bene comune come conoscenza, cioè ignoranza.

Aristotele afferma che ci sono 3 possibili forme di governo che legano in modo armonioso il bene individuale con il bene comune: la monarchia, l’aristocrazia, la politica. Queste 3 forme possono, però, degenerarsi, cioè corrompersi, rompendo la fluidità del rapporto tra bene particolare e bene generale.

La corruzione può essere vista come una gigantesca tassa occulta che impoverisce l’intero Paese su tutti i fronti, fa perdere credibilità all’economia, l’immagine all’estero si frantuma, gli investimenti diretti in quel Paese diminuiscono. Certamente la corruzione ha un costo, tutti si chiederanno quant’è, per poter capire ed iniziare a fare confronti. Quanto grava questa tassa occulta sui cittadini? Beh, non si può rispondere a questa domanda con esattezza. La corruzione, così come tutti gli altri fenomeni sommersi, è difficile da misurare, semplicemente perché non si hanno abbastanza dati su di essa, praticare delle stime sul valore economico della corruzione diventa complicato.

La corruzione si batte con la cultura, è una goccia che scava la pietra.

L’analisi prende le mosse dal concetto di Azienda e dal finalismo della stessa. Per Azienda si intendono le imprese, pubbliche o private ovvero quelle di produzione per il mercato, nonché l’amministrazione pubblica e gli enti non-profit, di produzione per l’erogazione. L’Azienda è quindi un’organizzazione produttiva che ha tre caratteri: sistematicità, autonomia decisionale ed economicità.

Da qui, quindi, lo scopo dell’attività economica, che è quello di soddisfare i bisogni attraverso la produzione di beni e servizi utili e di creare valore sostenibile per sé stessa e per le differenti categorie di portatori di interessi comunque coinvolti e socialmente riconosciuti, in una visione di breve, medio e lungo termine.

Tutto ciò rappresenta la premessa che porta ad affermare che la ricerca di un fine per tutte le Aziende, che sia valido indipendentemente dall’epoca e dal contesto, culturale e normativo, in cui le medesime si trovano ad operare e dalle dimensioni, dovrebbe essere guidata, tra l’altro, dall’effetto che tale fine produce sulla continuità aziendale e sulla risoluzione del cosiddetto problema economico, ossia sulla capacità di soddisfare – in modo sostenibile – bisogni illimitati in presenza di risorse scarse.

Più precisamente, può dirsi che il fine generale di tutte le Aziende è quello di soddisfare i bisogni umani, attraverso la produzione di beni e servizi utili.

Tale fine e la condizione di sopravvivenza e sviluppo costituiscono, insieme, quello che si è voluto chiamare interesse primario dell’Azienda che può essere considerato come la parte centrale della mission aziendale e che dovrebbe contenere, oltre a tale interesse, l’oggetto aziendale, ossia cosa l’Azienda produce e come produce.

La scarsa tutela delle minoranze azionarie e l’inadeguatezza di un assetto complessivo delle regole di governo societario hanno portato a numerose riforme; si pensi a quella del diritto societario del 2003, a quella della responsabilità amministrativa delle società (D.lgs n. 231/2001), alla disciplina sugli abusi di mercato e agli aggiornamenti al Codice di Autodisciplina delle società quotate.

Ciò spiega perché è fondamentale parlare di etica nelle aziende. Il dilagare delle varie forme di corruzione, come il clientelismo, il nepotismo, l’accettazione di tangenti, dimostra la degenerazione che, in alcuni contesti, ha avuto l’interesse primario dell’Azienda. Ciò perché talune amministrazioni sono state considerate dai soggetti incaricati del Governo, nonché dai dipendenti infedeli e da organizzazioni criminali come strumento di arricchimento personale (es. i casi Expo, Mose e Mafia Capitale). Allo stesso modo le imprese sono state utilizzate dagli azionisti, o da altri stakeholder, per massimizzare il loro tornaconto personale.

In altri casi, sono stati soddisfatti in modo insostenibile i bisogni della collettività, ossia senza guardare alle condizioni di equilibrio delle amministrazioni coinvolte (es. gli enti territoriali che hanno sottoscritto contratti derivati con talune banche, poi rivelatisi un macigno sui conti pubblici), che sono state costrette a tagliare la spesa e ad incrementare la pressione fiscale, con effetti negativi sul benessere delle generazioni attuali e future.

Esistono diversi strumenti di diffusione del modello dell’interesse primario e della cultura del bene comune

  • mission aziendale che dovrebbe includere gli elementi dell’interesse primario;
  • codice etico o di condotta coerente con la mission;
  • il buon esempio dei soggetti apicali;
  • stile di leadership virtuoso;
  • selezione del personale basata su criteri meritocratici che tengano conto anche di valori morali e delle virtù;
  • pianificazione strategica;
  • struttura organizzativa;
  • sistema di incentivi;
  • sistema di controllo;
  • corsi di formazione.

L’interesse primario dell’Azienda come bene comune è il profilo che guida l’analisi svolta. Esso non è solo la somma di interessi particolari in quanto gli interessi personali includono molto più di ciò che l’azienda può garantire; l’Azienda facilita il raggiungimento degli interessi personali indirettamente, attraverso il raggiungimento degli obiettivi dell’Azienda stessa.

A ciò si collega l’idea che gli individui sono portatori di bisogni materiali, spirituali, morali e sociali che trovano appagamento in taluni beni, quali ad esempio il fatto di svolgere un’attività interessante, di instaurare relazioni con altre persone, il carattere morale che egli sviluppa.

Nonostante i beni non materiali prodotti dal lavoro siano in grado di soddisfare bisogni (non economici) spirituali, morali e sociali, normalmente in economia alcuni di essi non sono considerati come tali, anche se motivano l’individuo e contribuiscono al bene comune. La motivazione che conduce verso la ricerca di tali beni deriva dal desiderio dell’uomo di raggiungere la felicità.

 

[1] Prof. Vittorio Alberti. Libro “Pane Sporco”

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