Responsabili – Come civilizzare il mercato di Stefano Zamagni. Recensione a cura dell’Avv. Daniela Condò. Rivista Tempo Finanziario.

Nella categoria Che si dice in giro da su 17 febbraio 2020 0 Commenti

Cosa significa oggi essere responsabili? La risposta sembra più semplice, se ci riferiamo a comportamenti dei singoli, ma le questioni sorgono quando sono in gioco azioni che riguardano la collettività. Chi è, ad esempio, responsabile delle disuguaglianze crescenti, della disoccupazione, della povertà? E che cosa accadrà nella società dei big data e dei social networks, dove le smart machines dovranno scegliere e decidere? Nel mondo iperconnesso e globalizzato ogni azione si carica di conseguenze non volute, e spesso neppure immaginate; le nostre scelte quotidiane impattano sul clima, possono determinare il successo di qualcuno e la rovina di qualcun altro. Non basta più allora astenersi dal fare il male, ma occorre anche, come singoli, saper cogliere l’opportunità per fare il bene e, come imprese, adottare codici etici che affermino un impegno sociale o civile. Queste le principali e difficili questioni affrontate da Stefano Zamagni in questo suo ultimo libro. Come evidenziato dall’A., l’atto del rispondere rinvia necessariamente alla dualità fra chi dà e chi riceve risposta e al loro rapporto. Ma responsabilità, dal latino res-pondus, significa anche portare il peso delle cose, delle scelte effettuate. Non solamente si risponde “a”, ma anche “di”. Se “rispondere a” significa riconoscere il legame che gli altri ci costituiscono e ci fanno esistere almeno quanto la nostra individualità, “rispondere di” vuol dire, invece, portare nel rapporto quella unicità e differenza che ci fa diversi dagli altri. Il libro prende in esame le diverse forme di responsabilità – le responsabilità degli esiti di mercato, l’impresa civilmente responsabile e la possibilità di una finanza responsabile -offrendo un contributo sul ruolo dell’intelligenza artificiale e arrivando alla conclusione che solo il neoumanesimo salverà l’economia. Il punto nevralgico della responsabilità è diventato, nei nostri tempi, la vulnerabilità e la fragilità degli esseri investiti dagli effetti di azioni, individuali e collettive. Di fronte alla portata globale del mercato e della nuova tecnologia, il non danneggiare gli altri non è più sufficiente. Il problema centrale è di quali esseri bisogna prendersi cura. L’interpretazione tradizionale di responsabilità la identifica con il dare conto, rendere ragione (accountability) di ciò che un soggetto, autonomo e libero, produce o pone in essere. Tale nozione di responsabilità, postula la capacità di un agente di essere causa dei suoi atti e in quanto tale di essere tenuto a “pagare” per le conseguenze negative che ne derivano. Nel modello tradizionale, dunque, la responsabilità riposa tutta sul legame tra un soggetto e la sua azione. Questa concezione, ancora prevalente, della responsabilità lascia, però, in ombra il cosa significhi essere responsabili. Ci si appella sempre più alla responsabilità, senza sapere quale ne sia il contenuto, la sua ragion d’essere. E per giunta il frantumarsi dell’attività umana in compiti limitati, sottomettendo la coscienza al mito dell’organizzazione, ha come risultato la deresponsabilizzazione. L’individuo è, pertanto,costretto a rispondere all’autorità ed è incapace di giudicare le situazioni nel loro insieme, scorgendone solo una piccola parte. La vera domanda, invece, da porsi non è “cosa è bene essere” ma “cosa è giusto fare”, come richiede l’etica delle virtù.. E l’A. richiama le pagine importanti del filosofo francese P. Ricoeur sull'”etica ternaria della persona”, in cui gli elementi determinanti sono la stima di sé, il rapporto con l’altro, la realizzazione di istituzioni sociali capaci di costruire una nuova società. In questa ottica, dopo la grave crisi finanziaria del 2007-2008 causata da una finanza spregiudicata che ha avuto come movente la speculazione e il profitto personale di manager e trader, occorre ripensare profondamente il ruolo del mercato e dell’imprenditore, ponendo la grande sfida di civiltà per un “humanistic management”, capace di fare propria la nozione forte di responsabilità con coraggio, saggezza, senso del bene comune. Come conclude l’A., riportando il pensiero di Emmanuel Mounier, “L’uomo libero è un uomo che il mondo interroga e al mondo risponde. E’ l’uomo responsabile”.

 

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