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	<title>NOi contro la CORRUZIONE &#187; Mafia</title>
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		<title>PREMIO AMBROSOLI. PRESIDENTE MATTARELLA: &#8220;UN ESEMPIO DI VIRTU’ CIVICHE”.</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Jun 2019 20:49:54 +0000</pubDate>
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<p><a href="http://anticorruzione.eu/wp-content/uploads/2019/06/3.jpg"><img class="alignleft size-large wp-image-7093" src="http://anticorruzione.eu/wp-content/uploads/2019/06/3-1024x347.jpg" alt="3" width="1024" height="347" /></a></p>
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<p>Da solo, contro un potere criminale mafioso, fu «<em>un esempio di virtù civiche. È stato insignito, difatti, della medaglia d&#8217;oro al valor civile, massimo riconoscimento della Repubblica. Come per altre figure di riferimento del nostro Paese, credo che, alla base del suo comportamento, vi fosse la coscienza della propria dignità personale, e di quella del proprio ruolo, professionale e di responsabile di una funzione affidatagli dalla Repubblica. Questi aspetti hanno alimentato il suo coraggio, malgrado le intimidazioni e le minacce sempre più aggressive, di fronte alle quali ha impersonato la superiorità della legge dell&#8217;onestà</em>».</p>
<p>«<em>Il premio</em>&#8211; dice Mattarella, dopo aver rivolto un saluto alla vedova Annalori Gorla e ai figli Francesca e Umberto &#8211; <em>rappresenta un messaggio e un&#8217;occasione di riflessione. È di grande efficacia l&#8217;idea di legare il ricordo dell&#8217;avvocato Ambrosolia un riconoscimento che premia integrità, senso di responsabilità e qualificazione professionale: questa scelta contribuisce a collocarlo come riferimento dei tanti nostri concittadini che agiscono seguendo la propria coscienza, il senso del dovere e un&#8217;alta tensione morale</em>».</p>
<p>Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è intervenuto al Piccolo Teatro di Milano in occasione della settima edizione del premio Giorgio Ambrosoli, quest&#8217;anno «speciale» in occasione della quarantesima ricorrenza dell&#8217;omicidio del commissario liquidatore dell&#8217;impero fallito di Michele Sindona, il bancarottiere che, di fronte all&#8217;onestà e intransigenza dell&#8217;«Eroe Borghese», lo ha fatto uccidere da un sicario nella notte dell’11 luglio 1979.</p>
<p>Tuttavia, Mattarella ci tiene anche a dire che «<em>il nostro è un Paese sano, malgrado le zone d&#8217;ombra, i suoi tanti problemi. Milano esprime, in alto grado, queste capacità positive della società civile. Ambrosolisi era formato in questa cultura e ne rappresenta una figura emblematica</em>».</p>
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		<title>BUROCRAZIA E MALADMINISTRATION.  ABUSIVISMO:LO STATO NON ABBATTE E NON INCASSA.  COSTA CARA L`INERZIA: IL FLOP DEMOLIZIONI NELL’ITALIA DEGLI ABUSI</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Feb 2018 21:46:14 +0000</pubDate>
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<p><a href="http://anticorruzione.eu/wp-content/uploads/2017/12/3.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-6461" src="http://anticorruzione.eu/wp-content/uploads/2017/12/3.jpg" alt="3" width="300" height="168" /></a></p>
<p>II procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato fa due conti. «<em>Se ogni sindaco applicasse, come prevede la legge, la sanzione minima di duemila euro per ogni abuso edilizio, solo nel mio distretto, cioè Palermo, Agrigento e Trapani, con più di cinquemila sentenze definitive, si riscuoterebbero 10 milioni di euro. E dunque di soldi per finanziare le demolizioni ce ne sarebbero più che a sufficienza. Peccato che qui nessuno abbatta e nessuno incassi. Ma ora tolleranza zero»</em>. Un esempio, racconta Alessandra Ziniti, su La Repubblica del 18 gennaio 2018, alle pagine 1 e 4, un procuratore generale che entra a gamba tesa nell&#8217;inerzia che contraddistingue le amministrazioni locali, dalla Sicilia alla Lombardia, dove da dieci, venti, anche trent&#8217;anni decine di migliaia di edifici bollati come abusivi da sentenze di Cassazione restano in piedi e, nella maggior parte dei casi, persino nelle mani dei proprietari, che non solo non pagano le sanzioni, ma neanche un canone al Comune che dovrebbe acquisirli al suo patrimonio. Quanti siano, in tutta Italia, gli abusi edilizi e urbanistici sanciti da sentenze definitive cui avrebbero dovuto far seguito ordinanze di demolizione nessuno lo sa veramente: 1.000 nel 2016, il doppio dell&#8217;anno precedente, tra 25 e 30.000 se si va a ritroso fino agli anni Novanta. E la percentuale delle demolizioni effettive non va oltre il 10 per cento, una stima per eccesso se si considera che è calcolata sulla base dei dati dei capoluoghi di provincia che, rispetto ai centri costieri o alle zone di pregio ambientale, non sono quelli che registrano più abusi. «<em>Sono cifre intollerabili soprattutto se si considera che, in Italia, con tre condoni, è stato sanato tutto il sanabile. Il cosiddetto &#8220;abuso di necessità&#8221; non esiste. Quando parliamo di case da abbattere parliamo di manufatti sul greto di un fiume, in zona sismica, o in riva al mare»</em>, è l&#8217;analisi di Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente. Vedi Triscina, ad esempio, una striscia di cemento sulla spiaggia tra Castelvetrano e Selinunte, provincia di Trapani. Più di 5.000 villette, tutte o quasi seconde case, 1.900 sanate, 170 sentenze di demolizione che nessun sindaco ha mai pensato di eseguire, non foss&#8217;altro perché qualcuna appartiene a familiari di mafiosi e qui siamo in territorio di Matteo Messina Denaro. Adesso però si cambia strada, così ha deciso il commissario che guida il Comune, Salvatore Caccamo, che ha già stilato una lista delle prime 85 case da abbattere e ha pure trovato i soldi per farlo. Come aveva cominciato a fare Angelo Cambiano, il sindaco (poi defenestrato) di Licata, e come sta facendo Giovi Monteleone che, a Carini, ha cominciato ad abbattere schiere di villette sul mare senza attendere l&#8217;ordine della magistratura. Sicilia, Calabria, Campania, con un rapporto tra demolizioni ordinate ed effettive che non va oltre il 4 per cento, rappresentano la fetta più grande dell&#8217;Italia che ignora gli ordini della magistratura e arranca nella palude della burocrazia. C&#8217;è un altro dato che la dice lunga sull&#8217;impresa donchisciottesca di chi si avventura nella battaglia contro l&#8217;abusivismo. L&#8217;eredità dei tre condoni dell&#8217;ultimo ventennio, tra il 1985 e il 2003, sono 15 milioni di domande di sanatoria ancora da esaminare. Lì dentro c&#8217;è di tutto, dalla veranda al piano tirato su senza autorizzazione, dal muretto di giardino all&#8217;edificio intero. Qui la stima più recente dice che in Italia, su 12 milioni di case, un milione e mezzo è fuori legge. «<em>Manca una struttura di coordinamento e monitoraggio che sia punto di riferimento per quei sindaci che non sanno dove andare a bussare per trovare i soldi per abbattere, che magari ci sono»,</em> dice ancora Zanchini. Oggi però sono le procure, soprattutto nelle zone dove l&#8217;incidenza del fenomeno è più alta, a prendere l&#8217;iniziativa. Lo aveva fatto già un paio di anni fa la procura di Agrigento, che si era ritrovata con le scrivanie invase da duemila sentenze definitive, e lo sta facendo ora il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, che ai sindaci del suo territorio dice con chiarezza: «<em>Spero in una nuova stagione di sindaci, ma siamo pronti a denunciare quelli inadempienti sia in sede penale sia alla Corte dei Conti, per danno allo Stato. L&#8217;inerzia non è più tollerabile e ha effetti criminogeni. Se chi costruisce abusivamente vede che non succede nulla, gli abusi non possono che aumentare</em>».</p>
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		<title>NUOVO CODICE ANTIMAFIA.  APPALTI, PATTO ANTICORRUZIONE TRA DNA E ANAC.</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Nov 2017 06:26:59 +0000</pubDate>
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<p><em><a href="http://anticorruzione.eu/wp-content/uploads/2017/09/anac-120515-cop.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-6097" src="http://anticorruzione.eu/wp-content/uploads/2017/09/anac-120515-cop.jpg" alt="anac-120515-cop" width="470" height="246" /></a> </em></p>
<p>Un sempre più stretto collegamento e scambio di informazioni fra Autorità nazionale anticorruzione e Direzione nazionale antimafia per il controllo dell&#8217;infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici. È questo l&#8217;obiettivo centrale del protocollo siglato ieri dal presidente dell&#8217;ANAC Raffaele Cantone e dal procuratore Franco Roberti. Un protocollo – come racconta Andrea Mascolino, su Italia Oggi del 14 novembre 2017, alle pagine 1 e 25 &#8211; che punta anche alla creazione di una banca dati in comune, con alert mirati in caso di intimidazioni. Il protocollo parte dal presupposto che «<em>la corruzione rappresenta uno degli strumenti fondamentali per le associazioni con fini delinquenzial</em>i» e che <em>«l&#8217;infiltrazione della criminalità mafiosa nell&#8217;economia, ed in particolare nel settore degli appalti pubblici, è un dato sempre più frequentemente riscontrato nei procedimenti giudiziari»</em>. L&#8217;obiettivo è quindi quello di rendere più efficiente ed efficace la sinergia fra l&#8217;Autorità e la Direzione antimafia nella lotta alla corruzione negli appalti pubblici <em>«una delle aree più esposte al rischio di infiltrazioni criminali ed in particolare delle organizzazioni mafiose»</em>. Fra i diversi strumenti individuati vi è innanzitutto la partecipazione della DNA ad iniziative formative congiunte in favore di magistrati, del personale dipendente da ANAC o da altre amministrazioni pubbliche, o anche nei confronti di soggetti pubblici stranieri. La parte più rilevante del protocollo riguarda però lo scambio di informazioni fra Autorità e Direzione nazionale antimafia: ad esempio l&#8217;ANAC comunicherà, al momento dell&#8217;inserimento dell&#8217;annotazione nel Casellario delle imprese, gli operatori economici ed i soggetti coinvolti segnalati dalle direzioni distrettuali antimafia che, pur essendo stati vittime di estorsione e concussione, non abbiano denunciato i fatti all&#8217;autorità giudiziaria. Su base trimestrale l&#8217;ANAC informerà la DNA delle comunicazioni ricevute dalle Procure in caso di avvio dell&#8217;azione penale per reati di concussione, corruzione, turbativa d&#8217;asta, e altri reati contro la Pubblica amministrazione. Sui soggetti che siano stati segnalati, la DNA svolgerà gli opportuni approfondimenti attraverso l&#8217;utilizzo della banca dati di cui dispone: l&#8217;obiettivo è accertare se si tratti di persone contigue o comunque collegate ad organizzazioni mafiose. Successivamente l&#8217;esito degli accertamenti verrà comunicato dalla DNA all&#8217;Ufficio giudiziario competente, rendendone partecipe l&#8217;ANAC. La DNA potrà accedere alle informazioni disponibili presso il Casellario delle Imprese e la Banca Dati Nazionale dei Contratti Pubblici, gestite dall&#8217;ANAC, per svolgere approfondimenti sugli operatori economici vincitori di appalti e accertare eventuali collegamenti con organizzazione mafiose. Infine nei casi di indizi sufficienti per ritenere la sussistenza di condizioni di intimidazione o assoggettamento da parte di associazioni di stampo manoso, l&#8217;ANAC comunicherà inoltre l&#8217;esito degli accertamenti compiuti nell&#8217;ambito di istruttorie o ispezioni affinché la DNA possa valutare, qualora ne ricorrano i presupposti, la possibilità di proporre l&#8217;amministrazione giudiziaria dell&#8217;azienda. Il protocollo stabilisce anche che, in attesa che ANAC si doti di un&#8217;autonoma banca dati relativa ai soggetti per i quali è stata esercitata l&#8217;azione penale per un delitto contro la Pubblica amministrazione, la Direzione antimafia restituirà all&#8217;Autorità, con periodicità trimestrale, un tracciato record contenente i dati anagrafici e i riferimenti dell&#8217;atto estratti dalle comunicazioni delle Procure.</p>
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		<title>DAPHNE CARUANA GALIZIA.  MALTA, UCCISA DA AUTOBOMBA.  L`ULTIMO POST: «CORROTTI OVUNQUE»</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Oct 2017 07:45:35 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#160; &#160; Una giornalista investigativa bestia nera del premier laburista di Malta, Josep Muscat, che stava diventando una spina nel fianco pure del nuovo leader dell&#8217;opposizione nazionalista è stata fatta saltare in aria. Ieri pomeriggio una bomba l&#8217;ha uccisa al volante di una Peugeot 108. Daphne Caruana Galizia – racconta Fausto Biloslavo, su Il Giornale [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una giornalista investigativa bestia nera del premier laburista di Malta, Josep Muscat, che stava diventando una spina nel fianco pure del nuovo leader dell&#8217;opposizione nazionalista è stata fatta saltare in aria. Ieri pomeriggio una bomba l&#8217;ha uccisa al volante di una Peugeot 108.</p>
<p>Daphne Caruana Galizia – racconta Fausto Biloslavo, su Il Giornale del 17 ottobre 2017, alle pagine 1 e 18 &#8211; era una specialista di scoop su corruzione, traffico di droga, politici e mafiosi. E aveva messo a segno il colpaccio sui soldi azeri che sarebbero arrivati sul conto della moglie del primo ministro maltese, dopo vari contratti in campo energetico.</p>
<p>Caruana Galizia aveva pure sottolineato il collegamento fra Matteo Renzi, Tony Blair e lo stesso Muscat, stelle della sinistra europea, accomunati dagli accordi miliardari con l&#8217;Azerbaijan.</p>
<p>E l&#8217;ultimo post sul suo blog, Running Commentary, il più seguito dell&#8217;isola, è un graffiante commento sul processo per corruzione che coinvolge stretti collaboratori del premier maltese.</p>
<p>Due ore dopo, la giornalista d&#8217;inchiesta si è messa al volante partendo da casa sua nel villaggio di Bidnija in direzione di Mosta. La Peugeot 108 è esplosa probabilmente per una bomba a bordo azionata a distanza. Uno dei figli ha sentito il boato e visto l&#8217;auto in fiamme finita fuori strada, ma per la madre non c&#8217;era nulla da fare.</p>
<p>La blogger assassinata aveva lavorato all&#8217;inchiesta giornalistica interazionale che ha rivelato migliaia di nomi, conti correnti ed informazioni imbarazzanti su politici e personaggi famosi, che hanno utilizzato il paradiso fiscale panamense. Galizia aveva scoperto che la Egrantine, una società registrata a Panama, apparteneva in realtà a Michelle Muscat, la moglie del primo ministro maltese. Sul suo blog la giornalista ha pubblicato documenti del 2016, che dimostrerebbero come la società panamense abbia ricevuto oltre 1 milione di dollari dalla Al Sahra Fzco, registrata a Dubai, di Leyla Aliyeva, figlia del padre-padrone azero liham Aliev. Negli ultimi anni gli azeri hanno firmato contratti miliardari con il governo laburista di Malta.</p>
<p>Il 29 maggio, la giornalista uccisa, evidenziava sul suo blog «il fattore comune, il collegamento, se preferite, fra Tony Blair, Joseph Muscat e Matteo Renzi». Secondo Galizia «è l&#8217;Azerbaijan» tenendo conto che l&#8217;ex premier britannico Blair ha firmato un contratto di consulenza «con gli oligarchi di Baku» e lavorato «sul progetto azero del gasdotto nel sud Italia». Il premier maltese alla notizia dell&#8217;omicidio ha subito preso posizione: «Chiunque sa che Caruana Galizia era fortemente critica nei miei confronti, sia dal punto di vista politico che personale, ma nessuno può giustificare questo atto barbaro in alcun modo».</p>
<p>Prima di saltare in aria la giornalista aveva dato del «ladro» sul suo blog a Keith Schembri, capo di gabinetto del premier maltese sotto processo per i Panama papers.</p>
<p><strong>Il Sito tratta, in modo sporadico, fatti di attualità, soprattutto dove sono ancora in corso attività di indagine o non dove si è ancora giunti, almeno, ad una prima sentenza, cercando di dare conto delle diverse posizioni.</strong></p>
<p><strong>Alcune volte, come in questo caso, la trattazione di un tema che viene avvertito di estrema rilevanza (quello della necessità di regolare il whistleblowing) può attraversare l’attualità .</strong></p>
<p><strong>Ci auguriamo di essere stati utili.</strong></p>
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		<title>NUOVO CODICE ANTIMAFIA. GHERARDO COLOMBO: LA MAFIA MINACCIA, HA FORZA INTIMIDATORIA E AL TEMPO STESSO INDUCE.</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Oct 2017 12:29:06 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Gherardo Colombo ha alle spalle trent&#8217;anni da magistrato e tra le sue esperienze vanta soprattutto il contributo dato alle inchieste del pool di Mani Pulite, negli anni in cui, ha ricordato lui stesso, le procure e i pm erano guardati con ammirazione dalla pubblica opinione, ma – come racconta Sara Monaci, su Il Sole 24 [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://anticorruzione.eu/wp-content/uploads/2017/09/pal-giustizia-36.jpg"><img class="alignleft size-large wp-image-6110" src="http://anticorruzione.eu/wp-content/uploads/2017/09/pal-giustizia-36-1024x674.jpg" alt="pal-giustizia-36" width="1024" height="674" /></a></p>
<p>Gherardo Colombo ha alle spalle trent&#8217;anni da magistrato e tra le sue esperienze vanta soprattutto il contributo dato alle inchieste del pool di Mani Pulite, negli anni in cui, ha ricordato lui stesso, le procure e i pm erano guardati con ammirazione dalla pubblica opinione, ma – come racconta Sara Monaci, su Il Sole 24 Ore del 6 ottobre 2017, alle pagine 1 e 5 &#8211; «<em>Tredici anni tra indagini e processi hanno prodotto poco, perché il senso di impunità che esisteva prima è proseguito anche dopo, scoraggiando anche chi vorrebbe collaborare con la giustizia»</em>.</p>
<p>L&#8217;ex pm ripercorre Mani Pulite senza nascondersi gli eccessi: «<em>L&#8217;entusiasmo eccessivo, a volte sopra le righe, dei cittadini, portava talvolta a non rispettare la dignità delle persone</em>».</p>
<p>Poi qualcosa è cambiato: <em>«L&#8217;ammirazione si è fermata nella pubblica opinione, dopo aver in un primo momento favorito le indagini, visto che chi commetteva i reati sentiva poi una forte scollatura con la società civile. Credo che questa inversione di tendenza sia dipesa dal fatto che progressivamente le prove ci hanno portato verso fenomeni di corruzione spicciola, meno rilevanti e il cittadino allora si chiedeva: vuoi anche venire a vedere questi aspetti della mia vita?».</em></p>
<p><strong>Ai lettori del Sito, come nel precedente articolo, lasciamo, come sempre, o, almeno, tentiamo di farlo, una fotografia completa, con i soli virgolettati.</strong></p>
<p><strong>Su argomenti come questo, di estrema delicatezza, è normale vi siano posizioni differenziate, a volte anche in modo significativo.</strong></p>
<p><strong>Come sempre, sarà l’applicazione pratica delle scelte e delle decisioni, soprattutto di quelle controverse, a dire chi aveva ragione.</strong></p>
<p><strong>Ci auguriamo di essere stati utili.</strong></p>
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		<title>NUOVO CODICE ANTIMAFIA.  LO STATO NON SA GESTIRE I BENI CONFISCATI : SOLO UN`AZIENDA SU 10 È ANCORA ATTIVA</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Oct 2017 12:24:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160;   Emblematica la storia di un imprenditore finito in amministrazione giudiziaria e poi assolto: in pochi anni il suo bilancio è stato decimato, da un fatturato milionario l&#8217;anno prima del sequestro del 2010 a un bilancio da 600 mila euro dopo sei anni di amministrazione giudiziaria quando il legittimo proprietario è stato assolto definitivamente [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><em> <a href="http://anticorruzione.eu/wp-content/uploads/2017/09/55.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-6135" src="http://anticorruzione.eu/wp-content/uploads/2017/09/55.jpg" alt="55" width="275" height="183" /></a></em></p>
<p>Emblematica la storia di un imprenditore finito in amministrazione giudiziaria e poi assolto: in pochi anni il suo bilancio è stato decimato, da un fatturato milionario l&#8217;anno prima del sequestro del 2010 a un bilancio da 600 mila euro dopo sei anni di amministrazione giudiziaria quando il legittimo proprietario è stato assolto definitivamente nel 2014 da ogni accusa di collusione con la mafia.</p>
<p>E’ il caso – raccontato da Lodovica Bulian, su Il Giornale del 4 ottobre 2017, alla pagina 5 &#8211; di Vincenzo Rizzacasa, imprenditore siciliano assolto in appello e poi in Cassazione.</p>
<p>Ma non è l&#8217;unico. Basti pensare che finora quasi il 90% delle attività confiscate dallo Stato non sopravvive. Uno studio «Transcrime», centro di ricerca dell&#8217;Università Cattolica di Milano ha rivelato che solo il 15% delle aziende tra quelle sottoposte a controllo statale nel periodo che va dal 1983 al 2013 è ancora attiva.</p>
<p>Già, perché non ci sono solo le aziende confiscate alla mafia che finiscono sul lastrico sotto la gestione dello Stato. Ci sono anche quelle che falliscono prima ancora che si arrivi a sentenza definitiva dell&#8217;imputato che, spesso, una volta assolto e legittimato a tornare in possesso dei suoi beni, si ritrova in mano valori ormai perduti. Liquidati. Falliti. Caduti m crisi per l&#8217;incapacità di stare sul mercato, con una metamorfosi da eccellenze a scheletri industriali.</p>
<p>E se il codice antimafia approvato dal Parlamento promette di porre ordine alla gestione giudiziaria del tesoretto delle confische ai mafiosi e di «<em>superare le opacità che hanno caratterizzato la questione negli anni passati»</em>, come ha detto il ministro Andrea Orlando, l&#8217;allargamento delle misure personali e patrimoniali previsto dal codice anche a chi è anche solo indiziato di associazione a delinquere finalizzata a peculato, corruzione, stalking e reati contro la pubblica amministrazione, rischia di aumentare anche il numero di imprese destinate al declino.</p>
<p>Lo studio di Transcrime ha riguardato sia il periodo prima del sequestro, quando ancora le imprese erano gestite dalle mafie, sia lo stato attuale delle aziende. Ebbene, i ricercatori hanno stimato che il 65-70% delle imprese requisite sia finito in liquidazione, il 15-20% in fallimento, e solo un altro 15% sia ancora attivo. Quando poi alla gestione giudiziaria si aggiunge anche la lentezza dei tribunali, il mix è fatale: ci sono imprenditori che si ritrovano ad attendere anni prima di tornare in possesso dei loro beni posti sotto sequestro. Come il palermitano Francesco Lena, ancora in attesa di riavere l&#8217;azienda vitivinicola, dopo che il filone penale si è già concluso 5 anni fa con l&#8217;assoluzione definitiva dall&#8217;accusa di associazione mafiosa.</p>
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		<title>CODICE ANTIMAFIA. CANTONE: UN «NEO» LA PARIFICAZIONE TRA CORROTTI E MAFIOSI. CONDIVIDO LE PERPLESSITA’. MOLTI DICONO CHE LA CORRUZIONE È L&#8217;ANTICAMERA DELLA MAFIA, AFFERMAZIONE CHE NON VA DA NESSUNA PARTE, PERCHÉ QUANDO LA CORRUZIONE VIENE UTILIZZATA DAI MAFIOSI SI PUÒ UTILIZZARE L&#8217;ARMAMENTARIO DELL&#8217;ANTIMAFIA.</title>
		<link>http://anticorruzione.eu/2017/10/codice-antimafia-cantone-un-neo-la-parificazione-tra-corrotti-e-mafiosi-condivido-le-perplessita-molti-dicono-che-la-corruzione-e-lanticamera-della-mafia-affermazione-che-n/</link>
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		<pubDate>Wed, 04 Oct 2017 08:00:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; L&#8217;equiparazione tra corrotti e mafiosi ai fini dell&#8217;applicazione delle misure di prevenzione è l&#8217;unico neo di una norma che va nella giusta direzione. Il presidente dell&#8217;Autorità nazionale anticorruzione Raffaele Cantone, intervenuto ieri a 24 Mattino su Radio24, come racconta Patrizia Maciocchi, su Il Sole 24 Ore del 3 ottobre 2017, alla pagina 23, &#8220;promuove&#8221; [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://anticorruzione.eu/wp-content/uploads/2017/09/anac-120515-cop.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-6097" src="http://anticorruzione.eu/wp-content/uploads/2017/09/anac-120515-cop.jpg" alt="anac-120515-cop" width="470" height="246" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L&#8217;equiparazione tra corrotti e mafiosi ai fini dell&#8217;applicazione delle misure di prevenzione è l&#8217;unico neo di una norma che va nella giusta direzione. Il presidente dell&#8217;Autorità nazionale anti<strong>corruzione</strong> Raffaele Cantone, intervenuto ieri a 24 Mattino su Radio24, come racconta Patrizia Maciocchi, su Il Sole 24 Ore del 3 ottobre 2017, alla pagina 23, &#8220;<em>promuove</em>&#8221; il nuovo Codice antimafia, pur non nascondendo le sue perplessità sull&#8217;estensione della confisca dei beni, anche per equivalente e in forma allargata, agli indiziati di reati contro la Pubblica amministrazione, in assenza di una condanna. Una previsione poco garantista criticata da molti, dai penalisti ai costituzionalisti che la considerano non in linea con la Carta. «<em>Condivido le perplessità</em> &#8211; ha precisato Cantone &#8211; <em>l&#8217;ho detto fin dal primo momento</em>. <em>Credo che non era opportuno, ne necessario, ne utile estendere le misure di prevenzione ai soggetti indiziati di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, alla concussione e anche al peculato, perché non è necessario per il contrasto alla corruzione, perché le misure di prevenzione potevano essere già optate in casi eccezionali, perché esistono forme di sequestro e di confisca collegate alla sentenza di condanna</em> <em>… Condivido la posizione di chi dice che le misure antimafia hanno avuto un senso perché l&#8217;oggetto di interesse era la mafia, sistema di vita, di accumulazione di ricchezza non paragonabile a quello della corruzione … Tra l&#8217;altro molti dicono che la corruzione è l&#8217;anticamera della mafia, affermazione che non va da nessuna parte, perché quando la corruzione viene utilizzata dai mafiosi si può utilizzare l&#8217;armamentario dell&#8217;antimafia … Ho sentito delle affermazioni un po&#8217; pesanti sul Codice antimafia. Questo è un piccolissimo comma di una normativa particolarmente lunga, che invece è molto importante e utile. È una normativa che consentirà il funzionamento dell&#8217;agenzia dei beni confiscati, maggiore trasparenza nella nomina degli amministratori, maggiore velocità nei sequestri</em>».</p>
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		<title>Mafia: i beni confiscati sono un&#8217;opportunità da 600 milioni.</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Sep 2017 14:19:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Emanuele Caggiano]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Maladministration e sprechi]]></category>
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		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Pubblica amministrazione]]></category>
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		<description><![CDATA[Dei 23 mila beni confiscati solo una minoranza è riutilizzata correttamente, la stima della “Fondazione con il Sud” approssima il numero ad un migliaio. Il problema fondamentale è che la gestione di questi beni richiede investimenti e soprattutto richiede che essi siano affidati a chi sia in grado di usarli al meglio. Importante è anche [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400">Dei 23 mila beni confiscati solo una minoranza è riutilizzata correttamente, la stima della “Fondazione con il Sud” approssima il numero ad un migliaio. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Il problema fondamentale è che la gestione di questi beni richiede investimenti e soprattutto richiede che essi siano affidati a chi sia in grado di usarli al meglio. Importante è anche il controllo ex-post dei beni, che però appare alquanto inesistente. Il riutilizzo dei beni sequestrati è di vitale importanza per lo Stato, può alimentare l’opinione pubblica in positivo e accresce la sua percezione sul territorio. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Un esempio virtuoso-</b><span style="font-weight: 400"> di finanziamenti che sono stati sfruttati in maniera perfetta è l’osteria sociale “La Tela” poco sopra Milano, a Rescaldina precisamente. Nel 2010, in un maxiprocesso alla ‘ndrangheta, è stata sequestrata una pizzeria, ritenuta sotto il controllo di Giuseppe Antonio Medici. Dopo cinque anni di inerzia, grazie ad un bando aperto dal comune questo posto è ritornato a vivere nella più assoluta legalità. Infatti, attraverso ai rigorosi standard imposti dal comune, l’assegnazione è avvenuta in maniera trasparente e seria. Tramite l’inserimento di clausole sociali nel bando si è voluto dare una risposta morale alla ‘ndrangheta, infatti Arzuffi, membro della cooperativa vincitrice dell’appalto, ha dichiarato:” «L&#8217;obiettivo era tornare a essere ristorante ma anche un centro di promozione culturale”. “La Tela” ora è un ristorante funzionante che nell’ultimo anno ha chiuso il bilancio in pareggio; ma ancora di più è segno di presenza sul territorio dello stato in contrapposizione alle organizzazioni mafiose. Grazie al finanziamento di 175 mila euro da parte della regione e un investimento di 40 mila euro da parte della cooperativa sociale Arcadia si è dato uno schiaffo morale alla ndrangheta: “La Tela” passa da essere un luogo di riunioni criminali e malavitose a un luogo di cultura e di promozione di prodotti ecosostenibili ed equosolidali. Il locale, infatti, utilizza solo prodotti che non hanno legami con le associazioni mafiose nel rispetto dei diritti umani.</span></p>
<p><img class=" size-medium wp-image-6079 alignleft" src="http://anticorruzione.eu/wp-content/uploads/2017/09/bene-sequestrati-mafia-300x200.jpg" alt="bene-sequestrati-mafia" width="300" height="200" /></p>
<p style="text-align: left"><b>Il problema della raccolta dati</b></p>
<p style="text-align: left"><span style="font-weight: 400">Informazioni certe sui beni sequestrati ce ne sono poche e spesso sono incomplete e non uniformi. Gli unici dati raccolti in maniera attendibile sono di E&amp;Y che però riguardano solo le aziende confiscate. </span><span style="font-weight: 400">Delle 17 mila aziende sequestrate dal 1995 al 2016, 10 mila risultano attive, ma a dare veri segni di attività sono solo 2758.</span><span style="font-weight: 400"> Nonostante i notevoli finanziamenti erogati alla realizzazione di sistemi telematici per il censimento dei beni sequestrati solo 5-10% risultava trasmesso. Quasi 21 milioni di euro di fondi strutturali sono andati alla costruzione di un sistema informatico che risulta al giorno d’oggi utilizzato in maniera approssimativa. Per i beni mobili i dati non esistono neppure, ma sarebbe fondamentale raccoglierli per capire come la mafia ricicla denaro. Specialmente negli ultimi anni la tendenza delle associazioni mafiose è di investire soldi in imprese redditizie mimetizzandosi perfettamente nel territorio, mappare i possessori dei beni sequestrati aiuterebbe molto le indagini. </span></p>
<p><b>Una gestione professionale dell&#8217;intero patrimonio immobiliare attraverso una specifica entità pubblica capace di garantire rendimenti e utilizzi migliori- </b><span style="font-weight: 400">Queste sono le parole di Livia de Gennaro per ovviare al problema del deperimento dei beni confiscati. Una rivoluzione che porterebbe ad aumentare la redditività dei beni e il loro utilizzo. Richiedere per l’assegnazione di questi beni competenze manageriali ed industriali sembra essere la soluzione all’inefficienza di questo sistema. Il dibattito per fortuna sta eliminando un tabù: bisogna dare la possibilità di acquisto di questi beni anche ai privati. «Il timore che ritornino in mano ai mafiosi è stato spesso un alibi, mentre sarebbe meglio fare come in altri Paesi: si vende e la somma va al Fondo unico di giustizia per fare altro», commenta Savona; questa soluzione risolverebbe il problema dei beni in stato di degrado che danneggiano l’immagine dello Stato a vantaggio delle organizzazioni criminali. Infatti, da questa condizione di inefficienza la criminalità ne guadagna anche dal punto di vista dell’approvazione sociale. Un bene abbandonato è simbolo di uno stato debole agli occhi della popolazione, viceversa una confisca che diventa un’attività economica prosperosa è simbolo di un rilancio sociale che rincuora i cittadini e indebolisce le mafie.  Il volume dei sequestri in Italia è enorme, si parla di un valore di circa 600 milioni di euro di beni confiscati, essi però non vanno abbandonati ma il loro valore deve crescere grazie ad investimenti privati e pubblici che promuovano la cultura della legalità.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
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		<title>LA PREVENZIONE DELLA CORRUZIONE E DELLE INFILTRAZIONI MAFIOSE NEI CONTRATTI PUBBLICI: I COMMISSARIAMENTI PER LA COSTITUZIONE DI PRESIDI DI LEGALITA&#8217; NELLE IMPRESE (titolo 4)</title>
		<link>http://anticorruzione.eu/2017/08/la-prevenzione-della-corruzione-e-delle-infiltrazioni-mafiose-nei-contratti-pubblici-i-commissariamenti-per-la-costituzione-di-presidi-di-legalita-nelle-imprese-titolo-4/</link>
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		<pubDate>Tue, 29 Aug 2017 20:55:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[A cura di Daniela Dopo una sintetica descrizione degli istituti, di recente introdotti nel settore, volti ad assicurare una tutela preventiva contro la corruzione prevedendo misure straordinarie &#8220;di gestione, sostegno e monitoraggio delle imprese&#8221; esposte al rischio di infiltrazione malavitosa, illustrare le procedure finalizzate alla estromissione dalla governance societaria dei soggetti coinvolti in fatti illeciti. [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://anticorruzione.eu/wp-content/uploads/2017/08/trasparenza-fonte-sito-anac.jpg"><img class="  wp-image-6032 aligncenter" src="http://anticorruzione.eu/wp-content/uploads/2017/08/trasparenza-fonte-sito-anac.jpg" alt="trasparenza-fonte-sito-anac" width="590" height="295" /></a></p>
<h5>A cura di Daniela</h5>
<h5>Dopo una sintetica descrizione degli istituti, di recente introdotti nel settore, volti ad assicurare una tutela preventiva contro la corruzione prevedendo misure straordinarie &#8220;di gestione, sostegno e monitoraggio delle imprese&#8221; esposte al rischio di infiltrazione malavitosa, illustrare le procedure finalizzate alla estromissione dalla governance societaria dei soggetti coinvolti in fatti illeciti.</h5>
<p><strong>Parola d’ordine: ripristinare la legalità preservando l’Opera pubblica</strong></p>
<p>Negli ultimi anni, in apparente controtendenza con i tentativi di arginare i fenomeni di corruzione e di infiltrazione mafiosa nel settore degli appalti pubblici posti in essere dal Legislatore e dalla Magistratura, abbiamo purtroppo dovuto assistere ad una ampli</p>
<p>ficazione di tali fenomeni.</p>
<p>Alcuni degli scandali recentemente venuti alla ribalta, come l’ormai tristemente famoso “caso Mo.s.e.”, ad esempio, hanno portato alla luce operazioni di compromissione della libera concorrenza complesse ed altamente organizzate.</p>
<p>Di fronte a quella che appare come una vera e propria “industria della mazzetta”, nell’ambito della quale si elargiscono, sporadicamente o stabilmente, somme di denaro e favori allo scopo di alterare i normali meccanismi di mercato ed assumere, di fatto, il controllo di grandi eventi o di servizi di pubblico interesse, sono ben presto apparsi poco efficaci o, talvolta, addirittura controproducenti, i tradizionali strumenti repressivi, in quanto essi non consentono di contemperare l’esigenza di contrastare le ipotesi di illecito perpetrate in fase di aggiudicazione e/o di esecuzione dell’appalto con quella di garantire il soddisfacimento dell’interesse di tutta la collettività alla positiva e celere conclusione dell’opera e del regolare andamento della Cosa pubblica.</p>
<p>Si è, quindi, sentita la necessità di disporre di un efficace complesso di misure amministrative con funzione preventiva che consenta la prosecuzione dell’appalto nel caso in cui l’impresa aggiudicataria risulti coinvolta in fatti di corruzione e di infiltrazione mafiosa.</p>
<p>L’esigenza di colmare tale lacuna normativa si è fatta ancor più pressante e non ulteriormente  procrastinabile nel momento in cui si è trattato di salvare l’evento “Expo 2015” dall’eventualità che esso potesse rimanere travolto dalle inchieste giudiziarie in corso per alcuni appalti tra i più significativi. Tale eventualità, infatti, non solo avrebbe significato sacrificare ciò che di buono era già stato fatto ed esporre i dipendenti delle imprese coinvolte a ricadute occupazionali negative, ma avrebbe avuto pesanti ripercussioni sulla stessa immagine internazionale del Paese.</p>
<p>L’Esecutivo è, quindi, intervenuto con il D.L. 24 giugno 2014, n. 90, convertito, poi, con modificazioni, nella L. 11 agosto 2014, n. 114 che, nel modificare, ampliare e rafforzare i poteri attribuiti all’Autorità anticorruzione nata dalle ceneri della CIVIT e ribattezzata ANAC, ne ha fatto il soggetto centrale attorno a cui ruota il sistema dell’anticorruzione e ha attribuito al suo Presidente quelli che la Relazione al Disegno di Legge di conversione definisce “<em>incisivi poteri propositivi nei confronti del Prefetto</em>” da esercitare “<em>in presenza di indagini per delitti di particolare gravità ai danni delle pubbliche amministrazioni, ovvero in presenza di situazioni anomale, sintomatiche di condotte illecite o di eventi criminali attribuibili ad imprese aggiudicatarie di un appalto per la realizzazione di opere pubbliche, servizi o forniture</em>”.</p>
<p>In tale contesto, l’art. 32 della citata Legge di conversione delinea tre innovativi istituti amministrativi che operano, appunto, in via preventiva, aventi differente impatto sull’impresa aggiudicataria.</p>
<p>Si tratta, in particolare:</p>
<p>&#8211; di misure di sostegno e monitoraggio dell’impresa, finalizzate a riportarne la gestione entro parametri di legalità nei casi meno gravi; esse consistono nell’affiancare agli organi sociali da uno a tre esperti nominati con decreto del Prefetto;</p>
<p>&#8211; di misure tese a rinnovare gli organi sociali dell’impresa mediante sostituzione del soggetto coinvolto in fatti illeciti;</p>
<p>&#8211; di misure finalizzate alla straordinaria e temporanea gestione dell&#8217;impresa appaltatrice mediante suo parziale “commissariamento” tramite la nomina temporanea, da parte del Prefetto, di un numero massimo di tre amministratori che dovranno assicurare la completa esecuzione dello specifico contratto di appalto o della specifica concessione.</p>
<p>In tutti e tre i casi al Presidente dell’ANAC è riservato un primario ruolo di impulso nei confronti del Prefetto competente in ragione del luogo in cui ha sede la stazione appaltante, che si estrinseca nel valutare e proporre – nel momento in cui egli ritiene sussistano, nei fatti oggetto di indagine che vedono coinvolta una determinata impresa, i presupposti del <em>fumus boni iuris</em> e del <em>periculum in mora</em> &#8211; l’adozione, nei confronti dell’impresa stessa,  della misura ritenuta più opportuna, anche in ragione della gravità dei fatti contestati. A sua volta il Prefetto – ove ritenga ne ricorrano i presupposti sulla base degli elementi forniti dalla stessa ANAC &#8211; adotta il relativo provvedimento.</p>
<p>Per quanto formalmente il Prefetto competente abbia un autonomo potere di accertamento dei fatti sottoposti alla sua valutazione, non essendo egli vincolato a condividere l’orientamento del Presidente dell’ANAC sia in ordine alla sussistenza del <em>fumus boni iuris</em> e del <em>periculum in mora</em>, sia in ordine alla misura da adottare, nella prassi concreta la disamina circa la sussistenza o meno dei presupposti applicativi dello specifico istituto viene di fatto condotta congiuntamente dal Presidente dell’ANAC e dal Prefetto, affinché  quelle che il Legislatore pare aver concepito come due fasi autonome si mantengano comunque intimamente raccordate ed ispirate ad una logica di  collaborazione tra le due Autorità amministrative per il più efficace perseguimento dell’interesse pubblico.</p>
<p>Esaminiamo, nello specifico, le procedure finalizzate all’estromissione dalla “<em>governance</em>” societaria del soggetto coinvolto nei fatti illeciti oggetto di indagine, in cui si sostanzia la seconda delle citate misure.</p>
<p>La norma prevede che il Prefetto, su <em>imput</em> del Presidente dell’ANAC, accertata la ricorrenza dei presupposti di cui al comma 1 dell’art. 32 della L. 114/90 nonché valutata la gravità dei fatti contestati, intimi all’impresa di sostituire, nell’ambito degli organi sociali, i soggetti che risultino indagati per vicende sintomatiche di fenomeni corruttivi. Si tratta di una misura amministrativa di considerevole impatto, in quanto incide sull’autonomia del soggetto societario modificandone coattivamente la fisionomia organizzativa. Il quadro preventivo si completa tramite il funzionale raccordo di tale istituto con quello, ancor più incisivo, della straordinaria e temporanea gestione dell’impresa, cui, di fatto, risulta intimamente e funzionalmente collegato.</p>
<p>Qualora, infatti, nei trenta giorni successivi all’intimazione del Prefetto diretta all’impresa, quest’ultima  non ottemperi, il Prefetto nomina, nei successivi dieci giorni, da uno a tre amministratori per il tempo necessario a realizzare l’opera, il servizio o la fornitura oggetto della “commessa incriminata”, amministratori che restano in carica, comunque, non oltre il collaudo.  Si deve ritenere che l’ordine di rinnovazione non possa considerarsi adempiuto anche laddove il soggetto indagato, pur rimosso dal precedente incarico, conservi comunque, all’interno dell’impresa, una posizione che, anche solo di fatto, gli consenta di continuare ad influire sulla condotta dell’impresa stessa.</p>
<p>La <em>ratio </em>di tali istituti è quella, da un lato, di evitare che la prosecuzione dell’appalto o della concessione determini ulteriori vantaggi per gli autori, o presunti autori, dell’illecito, dall’altro di assicurare – come recita il successivo comma 10 del medesimo art. 32 – “<em>il completamento dell’esecuzione del contratto, ovvero la sua prosecuzione al fine di garantire la continuità di funzioni e servizi indifferibili per la tutela di diritti fondamentali, nonché per la salvaguardia dei livelli occupazionali o dell’integrità dei bilanci pubblici</em>”.</p>
<p>La norma permette, in tal modo, sia di evitare interruzioni nell’erogazione all’utenza di prestazioni indispensabili,  sia di impedire che un determinato comparto produttivo o una determinata area geografica subiscano una pesante ricaduta occupazionale, sia, infine, di scongiurare l’evenienza che l’interruzione di un’opera o di un’attività o la dilatazione dei tempi della sua esecuzione determinino un danno alla finanza pubblica.</p>
<p>Dopo le più recenti prove cui <em>l’industria della mazzetta</em> ha sottoposto la parte migliore del Paese, il Legislatore sembra aver voluto dare, con le richiamate previsioni normative, una decisa sterzata, fornendo misure concretamente a garanzia della finanza pubblica, della collettività e del mercato.</p>
<p>Parola d’ordine, quindi, “<strong>ripristinare la legalità p</strong><strong>reservando l’Opera pubblica”</strong>.</p>
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		<title>L&#8217;APPARENZA E’ TUTTO</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jun 2017 09:26:13 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>E’ etico che un politico accetti doni o favori nel momento in cui si trova a portare avanti una proposta di legge o un emendamento che favorisca l’imprenditore da cui il dono o il favore proviene? Questo è l’interrogativo che dovrebbero porsi i nostri rappresentanti quando ricevono una qualsivoglia utilità prima, durante o dopo essere stati parte in causa nell’adozione di un qualsiasi provvedimento. E la risposta dovrebbe essere, sempre e comunque: no. Se è vero, infatti, che il politico si trova quotidianamente a fare una scelta tra più interessi in competizione che potrebbero essere tutti parimenti meritevoli di essere sostenuti (non è, in effetti, sindacabile la scelta di proporre un emendamento che tenda a rilanciare il settore del trasporto marittimo anziché proporne uno diametralmente opposto, semprechè entrambi siano utili alla comunità), la circostanza di ricevere quella che appare come una “ricompensa” per la decisione presa configura, quantomeno, un conflitto di interessi. La recente vicenda dell’inchiesta che la magistratura siciliana sta svolgendo sull’armatore Morace per fatti di corruzione, fatto che ha scatenato una bufera sul sottosegretario presso il Ministero delle Infrastrutture Vicari e portato alle sue dimissioni, ha riacceso l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica sulla questione etica sopra richiamata. L’ex sottosegretario ha ammesso di aver ricevuto in dono, lo scorso Natale, un Rolex dall’armatore, beneficiario, insieme ad altri imprenditori dello stesso settore, di un emendamento di legge da lei presentato e sostenuto, che ha portato ad un cospicuo abbattimento dell’IVA. La Vicari si è, tuttavia, difesa dal sospetto di corruzione sostenendo, in primo luogo, che si trattasse di un dono senza secondi fini e di valore contenuto, un puro e semplice regalo di Natale; in secondo luogo, che doni di valore ben maggiore erano stati ricevuti da altri esponenti del governo che si erano guardati bene dal dimettersi; in terzo luogo, che la sua buona fede sarebbe testimoniata dal fatto che si era affrettata a telefonare al donante per ringraziarlo del gentile pensiero, circostanza che non farebbe pensare a qualcosa di preordinato. Analogo atteggiamento ha avuto di fronte a chi le ha contestato il fatto che l&#8217;armatore abbia assunto suo fratello. Ha, infatti, ammesso che il familiare è stato assunto (con contratto a termine, ha precisato) presso l’azienda marittima dell’armatore, ma ha anche negato che dietro l’assunzione vi fosse l’intenzione di contraccambiare dei favori. Fermo restando che spetta alla Magistratura decidere se i fatti sopra descritti integrino l’ipotesi di corruzione, si può certamente affermare che la vicenda configura senza alcun dubbio una situazione di conflitto di interessi, quantomeno apparente, in quanto essa viene percepita dalla collettività come un “vulnus” all’imparzialità ed all’indipendenza di chi ha ricevuto il dono o il favore. Siamo in un Paese in cui si è sentita, giustamente, la necessità di varare un codice di comportamento per tutti i dipendenti pubblici, nell&#8217;ambito del quale viene stabilito, tra l&#8217;altro, un preciso divieto ad accettare, per sè o per altri, regali o altre utilità, salvo quelli d&#8217;uso di modico valore effettuati occasionalmente nell&#8217;ambito delle normali relazioni di cortesia, intendendosi per modico valore quello di 150 euro (vgs. art. 4 del D.P.R. 16 aprile 2013, n. 62). Stupisce che analoga esigenza non sia stata sentita per i casi in cui destinatario del regalo o dell&#8217;utilità sia uno dei nostri rappresentanti politici. E ciò, nonostante il fatto che, nel loro caso, una situazione anche di solo conflitto di interessi apparente sia destinata ad arrecare un danno molto grave all&#8217;immagine delle Istituzioni. Poiché si tratta di dare un esempio positivo al cittadino, affinché si crei in ognuno di noi il rifiuto di qualsiasi forma di compromesso, è arrivato il momento che tutti coloro che rivestono una carica pubblica dimostrino anche nei fatti che il solo fine della loro azione sia il perseguimento del pubblico bene. E poiché per un politico proporre una buona legge o un giusto emendamento va visto come un dovere, l&#8217;assolvimento di tale dovere non deve avere alcuna ricompensa che non sia quella morale data dalla soddisfazione di aver ben agito. Si impone, quindi, in assenza di una normativa specifica, e volendo creare davvero una cultura dell&#8217;integrità a tutti i livelli, il massimo rigore nei comportamenti, anche a costo di rifiutare un semplice mazzo di rose. Insomma, quando si parla di integrità morale, forma e sostanza debbono coincidere, perché quando si è chiamati ad agire nel pubblico interesse, l&#8217;apparenza spesso è tutto.</p>
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<p><em>Articolo a cura di Daniela discente della II edizione del Master Anticorruzione (A.A. 2017/2018</em>)</p>
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