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	<title>NOi contro la CORRUZIONE &#187; Giorgia Filippucci</title>
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		<title>I Whistleblowers che salvano vite.</title>
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		<pubDate>Fri, 06 May 2016 14:11:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giorgia Filippucci]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Berlino, 4 maggio 2016. Uno dei temi che ultimamente stiamo ponendo all’attenzione dei nostri lettori è il ruolo dei Whistleblowers. Denunciare i casi di corruzione cui si è testimoni è un qualcosa di molto coraggioso e per niente scontato. Essere portatori e referenti di qualcosa di sbagliato, rende in qualche modo sbagliati. Ricordo che, quando [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Berlino, 4 maggio 2016.</p>
<p>Uno dei temi che ultimamente stiamo ponendo all’attenzione dei nostri lettori è il ruolo dei <em>Whistleblowers</em>. Denunciare i casi di corruzione cui si è testimoni è un qualcosa di molto coraggioso e per niente scontato. Essere portatori e referenti di qualcosa di sbagliato, rende in qualche modo sbagliati.</p>
<p>Ricordo che, quando ero una bambina, andare a dire alla maestra che un compagno di classe aveva copiato veniva considerato estremamente negativo. Chiunque l’avesse fatto diventava automaticamente la spia. Ricordo le canzoncine tipiche dell’infanzia <em>“Chi fa la spia non è figlio di Maria” </em>e nell’immaginario collettivo, chi faceva la spia non era una persona di cui fidarsi né tantomeno un <em>amico.</em> Ognuno doveva farsi essenzialmente gli affari propri. E adesso mi sembra così assurdo tutto. Perché, così piccoli, avevamo una convinzione del genere? Chi ci aveva mai detto che non bisogna fare “<em>la spia</em>”. Chi ce l’aveva insegnato? Sarebbe stata la soluzione giusta a farsi amici? Sicuramente. Ma a scapito di cosa? A scapito della nostra cultura di base, della nostra formazione mentale.</p>
<p>Uno studio realizzato dalla collaborazione tra la University of Pennsylvania, la University of California di Santa Barbara e la Johns Hopkins University ha provato a comprendere le differenti attività neurali che interferiscono con l&#8217;apprendimento (<a href="https://news.upenn.edu/news/penn-johns-hopkins-and-ucsb-research-differences-neural-activity-change-learning-rate">https://news.upenn.edu/news/penn-johns-hopkins-and-ucsb-research-differences-neural-activity-change-learning-rate</a>). Dallo studio risulta che i bambini riescono ad apprendere più velocemente poiché le aree della corteccia prefrontale e della corteccia cingolata anteriore, responsabili dell’apprendimento, sono meno sviluppate. Perché quindi, invece di diffondere semplicemente messaggi sull’importanza dell’amicizia (sicuramente importante, per carità) non si fa tramite i filtri dell’integrità e della giustizia? La mia generazione è marcia in questo senso. Ma per fortuna le cose stanno piano piano cambiando e il ruolo delle scuole è attivo e positivo: sembra infatti che le maestre stiano cercando di istituire sistemi per proteggere i <em>mini-whistleblowers</em> dal loro essere esclusi se solo provano a seguire un loro istinto di giustizia innato, genuino e buono. Al tempo, si era “cattivi”. Perciò, si capisce come sia difficile cambiare attitudine da adulti, quando ormai la nostra personalità ed intelligenza è formata. Cambiare attitudine e non agire secondo i propri egoistici interessi. Cambiare attitudine e diventare voci testimoni di atti sbagliati.</p>
<p>Stamane ho letto un articolo che mi ha fatto rabbrividire non poco.</p>
<p>Un medico svedese di fama mondiale, membro del comitato per il conferimento del premio Nobel in fisiologia e medicina,, considerato due anni fa “il mago dei trapianti alla trachea” secondo il New York Times, sarebbe stato responsabile della morte di sei su otto pazienti sottoposti al suo trapianto di trachea. Uno dei due sopravvissuti sarebbe sotto cure intensive dopo il trattamento.</p>
<p>Il motivo? Negligenza scientifica, falsificazione di risultati di ricerche, condotta di esperimenti chirurgici senza alcuna approvazione etica, indicazione d’informazioni false sul proprio CV e ai propri clienti, molti dei quali hanno pagato con la loro vita.</p>
<p>Il chirurgo del famoso Karolinska Institute (KI) in Svezia è stato licenziato dopo essere stato denunciato all’istituto da quattro colleghi.</p>
<p>Ma non è stato facile. Dal 2014, anno in cui i quattro colleghi hanno denunciato per la prima volte le sue presunte malfatte, sono iniziate delle ricerche che non hanno portato a niente. L’istituto non ha mosso un dito. Anzi, come spesso succede nei casi di <em>Whistleblowing</em>, i dottori che hanno alzato l’attenzione sulla cattiva condotta del medico e hanno richiesto l’inizio delle indagini sono stati dismessi dalle loro posizioni.</p>
<p>Certo, dopo hanno ricevuto il premio dell’anno di Transparency International per Whistleblowers della Svezia ma a prezzo della perdita del posto di lavoro.</p>
<p>Hanno avuto coraggio e si sono fatti portatori di un qualcosa che inizialmente li ha fatti apparire colpevoli.</p>
<p>Le mie domande a questo punto sono:</p>
<p>E’ possibile che qualcuno possa arrivare ad uccidere delle persone pur di difendere i propri interessi e la propria immagine?</p>
<p>E’ possibile che delle persone possano rischiare il posto di lavoro e la loro vita per difendere l’interesse comune?</p>
<p>Cosa c’è di sbagliato nel sistema?</p>
<p>I <em>Whistleblowers</em> offrono un grandissimo servizio alla società. E il caso dei dottori svedesi è un buon esempio di chi ha il coraggio di parlare. E dovrebbero essere protetti e celebrati: i <em>Whistleblowers</em> salvano vite.</p>
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		<title>Gifts and presents. Pensieri pericolosi</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Apr 2016 05:51:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giorgia Filippucci]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Analisi e Ricerche]]></category>
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		<description><![CDATA[Berlino. 28 marzo. È una settimana che ho iniziato a lavorare per Zalando. Un lavoro trovato un po’ per caso un po’ con intenzione. Un lavoro che mi permette di stare ancora un po’ a Berlino, mentre finisco il mio Master. Ho un contratto a un anno e sono entrata a far parte del mondo [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Berlino. 28 marzo.</p>
<p>È una settimana che ho iniziato a lavorare per Zalando. Un lavoro trovato un po’ per caso un po’ con intenzione. Un lavoro che mi permette di stare ancora un po’ a Berlino, mentre finisco il mio Master. Ho un contratto a un anno e sono entrata a far parte del mondo degli adulti: otto ore al giorno, ferie fissate e poche. Per le prime due settimane ho seguito un Training per l’inserimento nella posizione. Oltre ad un indirizzamento sul contenuto pratico del lavoro, a tutti i dipendenti è richiesto di completare un training online su tutte le procedure e le politiche d’azienda, da tenere sempre in mente. Benissimo. Decido di farlo, ma con non troppo entusiasmo.  Sono reindirizzata su una pagina dove un simpatico personaggio animato &#8211; <em>Sam</em> – mi guida nella lettura di alcuni documenti d’azienda. Uno di questi riguarda la <em>Compliance</em> d’azienda – <em>Corruption, gifts and presents</em>. Ed ecco che nella mia testa sento suonare tanti campanelli.</p>
<p>Slides e domande per testare la comprensione spiegano come prevenire e riportare eventuali casi di corruzione ai dipartimenti competenti di Zalando.</p>
<p>La musica di sottofondo ovviamente è che Zalando è assolutamente contro qualsiasi comportamento che sia, di per sé, poco integro. La pena per chiunque si trovi in situazioni compromettenti è intuibile: licenziamento immediato.</p>
<p>Ma ciò che ha suscitato in me un’epifania proustiana è stata la voce: “Gifts and presents”.</p>
<p>Dicembre  1997. Un giorno come tanti altri, se non per il fatto che ho cinque anni ed invece che essere a scuola, per qualche particolare motivo che non ricordo, sono  a lavoro con mio papà (nell’azienda di famiglia; non so se in altre circostanze avrei potuto gironzolare per i corridoi di un’azienda come se nulla fosse).  Varchiamo l’ingresso e subito ci imbattiamo in alcuni doni. Ceste di vimini, coperte da una leggera plastica da cui s&#8217;intravedono  tutti i colori e si sentono  tutti i profumi dei prodotti alimentari italiani per cui, già da piccola, avevo una particolare propensione. Non vedo l’ora di aprirli e studiarli uno ad uno. Al tempo, non pensavo che quei regali, in altri contesti e con altre dimensioni, potessero essere qualcosa di <em>brutto</em>.</p>
<p>Che poi, “brutto” è relativo. Andiamo con ordine.</p>
<p>Continuo a leggere:</p>
<p>Regali aziendali: ” […] non è possibile accettare regali che vengano fatti per instaurare e consolidare gli affari di lavoro né tantomeno per ringraziare un partner per il lavoro svolto […]”.</p>
<p>Sappiamo tutti che la corruzione può assumere diverse forme, ma mai mi ero soffermata davvero sui regali aziendali.</p>
<p>Fino a che punto un regalo si può considerare tale in senso puro e assoluto? Quand’è che diventa uno strumento per assicurare (e assicurarsi) un certo trattamento di favore rispetto a terze parti?</p>
<p>La legge ha cercato di porre un criterio quantificabile in modo da capire quando un regalo nasce da intenzioni che vanno oltre il trattamento legittimo dei rapporti con il proprio network di contatti. Un qualsiasi business (come qualsiasi rapporto umano) si fonda sui contatti ed è giusto che questi siano mantenuti e ci siano degli scambi cortesi in rispetto della collaborazione e del lavoro svolto. Quelle ceste erano assolutamente nella norma. Tuttavia, superato un limite di spesa, quel regalo è <em>troppo</em>. E inutile dire che un orologio regalato per Pasqua non è la mazzetta scambiata di mano in mano. È più subdolo e, perché no, forse più pericoloso.</p>
<p>Che succede quando il business va oltre i confini nazionali? Che succede quando ci s’incontra e si fanno affari con l’Asia, per esempio?</p>
<p>Regalare doni in Giappone è una tradizione prevalente in tutte le sfere della vita: nella famiglia e in tutte le relazioni significative, così come nei rapporti con le autorità politiche, istituzioni sociali e gente d’affari. Per tutto ciò, da un punto di vista etico, è molto difficile capire quando è opportuno fare o ricevere un regalo, che tipo di dono sia più opportuno o che tipo di prestazione lo stesso obblighi ad adempiere.</p>
<p>Ancora, in Giappone fare regali corrisponde ad una forma d’arte, rappresentante amicizia, rispetto e gratitudine. La cerimonia è quasi più importante; il regalo è sempre in una confezione, avvolto in carta di alta qualità e dato con grande rispetto. C’è l&#8217;aspettativa di ricevere un regalo al primo meeting e i regali saranno sempre parte degli affari aziendali tra due parti, nell’ottica di una lunga e durevole collaborazione.</p>
<p>Per non parlare della Cina.</p>
<p>“Fare un regalo è necessario per mantenere rapporti con i clienti e gli ufficiali governativi, altrimenti è molto difficile mantenere questo tipo di contatti” Michael Qin, Manager, Shangai.</p>
<p>Ed ecco che il “brutto” non è più così brutto. Anzi, è bello. E più è bello, più è importante. Ed è molto facile nascondere una mela marcia in un cesto di mele integre.</p>
<p>Ma bisogna accettare o no? Come si fa a capire quando c’è di mezzo la corruzione? Come si fa a capire se la mela marcia è stata messa di proposito nel cesto o se è stata solo una svista? Come si fa a rifiutare senza intaccare i rapporti d’affari?</p>
<p>Sicuramente c’è bisogno di fiuto. E sicuramente c’è bisogno di buon senso ed integrità morale nel valutare se accettare o no un regalo pretenzioso. Non c’è bisogno di dire che un rapporto basato sin dall’inizio da regali, per così dire, corrotti, non sarà un rapporto semplice e trasparente neanche nel suo proseguimento. Ad alcuni non interessa affatto. A costo di avere vantaggi personali e trattamenti preferenziali, si va contro le leggi dello Stato, le leggi di mercato; contro la concorrenza pura; contro la meritocrazia; contro l’etica e la morale. E nell’andare contro le regole, si rimane impigliati nelle regole. Le regole che automaticamente la corruzione crea. Le regole che da quel momento in poi dirigeranno il rapporto e porranno limiti e modi di fare. Sono abbastanza convinta che siano regole da cui sia molto più difficile svincolarsi rispetto alle prime.  Ancora mi chiedo come si possa vivere serenamente nelle regole e con le regole della corruzione.  Quali sentimenti, quali impulsi possono far davvero rendere felici in un’esistenza corrotta?</p>
<p>A ognuno, ovviamente, le sue scelte.</p>
<p><em>“The great source of both the misery and disorders of human life, seems to arise from over-rating the difference between one permanent situation and another. Avarice over-rates the difference between poverty and riches: ambition, that between a private and a public station: vain-glory, that between obscurity and extensive reputation. The person under the influence of any of those extravagant passions, is not only miserable in his actual situation, but is often disposed to disturb the peace of society, in order to arrive at that which he so foolishly admires. The slightest observation, however, might satisfy him, that, in all the ordinary situations of human life, a well-disposed mind may be equally calm, equally cheerful, and equally contented. Some of those situations may, no doubt, deserve to be preferred to others: but none of them can deserve to be pursued with that passionate ardour which drives us to violate the rules either of prudence or of justice; or to corrupt the future tranquillity of our minds, either by shame from the remembrance of our own folly, or by remorse from the horror of our own injustice.</em>”<br />
&#8211; Adam Smith, The Theory of Moral Sentiments &#8211;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Unmask the Corrupt</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Mar 2016 20:42:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giorgia Filippucci]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Berlino. 7 marzo. Questa settimana ho avuto il grandissimo piacere di fare conoscenza con una persona interna a Transparency International.  Per molto tempo mi sono chiesta come un’organizzazione del genere potesse concretamente operare nel combattere e ridurre la corruzione nel mondo. È un qualcosa di talmente nascosto e sistematico che è difficile poter pensare di [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Berlino. 7 marzo.</p>
<p>Questa settimana ho avuto il grandissimo piacere di fare conoscenza con una persona interna a Transparency International.  Per molto tempo mi sono chiesta come un’organizzazione del genere potesse concretamente operare nel combattere e ridurre la corruzione nel mondo. È un qualcosa di talmente nascosto e sistematico che è difficile poter pensare di trovarlo e distruggerlo. La corruzione è un po’ come un fungo. Se entra a contatto con altre superfici, si trasmette e non si sa mai dove può spuntare.</p>
<p>È stata una lunga chiacchiera ed ho avuto finalmente modo di capire davvero (nei limiti di tempo e luogo) come si svolge il lavoro all’interno del segretariato  TI che ha, per l’appunto, base a Berlino. Spero che nel parlare di TI, non susciti troppe critiche dovute all’immediato collegamento che alcune persone trovano con il Corruption Perception Index, sicuramente debole e non sufficiente come indicatore, se preso da solo. Vorrei ricordare che TI non è solo questo.</p>
<p>Nel parlare con questa persona, sono venuta a conoscenza di una campagna che si sta svolgendo in questi giorni: <em>Unmask the Corrupt</em>  (<a href="https://unmaskthecorrupt.org/#section-contest">https://unmaskthecorrupt.org/#section-contest</a>). Campagna nuova e particolare  per me. Mi è piaciuta. Per questo mi sento di dover spendere qualche parola a riguardo.</p>
<p>La campagna si proclama essere contro  “Grand Corruption” . <em>Grand Corruption</em>  è l’abuso del potere degli alti livelli a beneficio di pochi e a scapito di molti; causa problemi seri e danni gravi agli individui e alla società, andando a minare i più alti diritti umani. <em>Fa</em> milioni di vittime tutto il mondo. Ma <em>Grand Corruption</em> resta spesso impunito.</p>
<p><em>            It’s time the corrupt face the consequences for their crimes. Together we can make it happen.<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><strong>[1]</strong></a></em></p>
<p>Così, perseguendo l’idea di una corruzione impersonificata, le persone sono chiamate a reagire. Per la prima volta gli <em>internauti</em>  si ritrovano attori attivi di un progetto, invece che semplici osservatori. In cosa consiste? In particolare, la campagna si costituisce di tre momenti salienti (di cui le prime due sono, ad oggi, concluse):</p>
<ul>
<li><u>Nomina</u> (1 Ottobre 2015). Si è richiesto di nominare un caso di corruzione che, secondo propria coscienza, dovrebbe essere al centro dell’attenzione globale.</li>
<li><u>Votazione</u> (9 Dicembre 2015).</li>
<li><u>Tempo per la giustizia</u> (10 Febbraio 2016). Si incita nel prendere azione immediata contro i casi più votati in quanto a gravità e quindi a necessità di intervento repentino.</li>
</ul>
<p>Centinaia di persone hanno risposto alle nomine  e migliaia hanno votato. Tra i 15 più votati, TI ne ha scelti 9. Ed è ora che inizia <em>il tempo per la giustizia</em> e si può iniziare a fare qualcosa. I nove casi sono:</p>
<ol>
<li>Zine Al-Abidine Ben Ali</li>
<li>Felix Bautista,</li>
<li>US Stato di Delaware</li>
<li>FIFA</li>
<li>La fondazione Akhmad Kadyrov di Chechnya</li>
<li>Il sistema politico del Libano</li>
<li>Ricardo Martinelli e Cronies</li>
<li>Petrobras</li>
<li>Viktor Yanukovych.</li>
</ol>
<p>Questi 9 altro non sono che simboli di <em>Grand Corruption</em> nel mondo. Sul sito è possibile informarsi su ciascuno, capire cosa è successo nei confronti di alcuni e prendere azione concreta contro quelli  ancora in corso. Con un’apposita funzione è inoltre possibile attivare un promemoria per rimanere aggiornati su ciò che verrà fatto, come e quando.</p>
<p>Ed è cosi che:</p>
<ul>
<li>Si crea un’audience di persone molto ampia. Tramite il coinvolgimento diretto, gli <em>internauti </em>danno voce ai valori maggiormente toccati dagli scandali che hanno vissuto, direttamente o indirettamente, nella propria vita.</li>
<li>Non solo queste persone vogliono far (ri)emergere casi di corruzione, ma li vogliono anche condividere con il resto del mondo. Vogliono far sì che tutti se ne preoccupino ma soprattutto occupino.</li>
<li>Si sensibilizza maggiormente. Tramite una campagna del genere, arrivare alla mente e alla coscienza delle persone è più immediato. Dare alle persone il potere di decidere e di controllare: non c’è mai stata cosa più efficiente (in altri contesti, pericolosa) per trasmettere un messaggio.</li>
<li>Si ha un primo dato sull’interesse degli utenti in tema di corruzione, trasparenza e integrità nonché l’impegno nel combattere gli scandali già esistenti ed il verificarsi di nuovi. E il feedback, di qualsivoglia natura, è un qualcosa di fondamentale, da sempre ed in qualsiasi ambito. In questo caso, ciò che si guarda è il numero di persone che spontaneamente si sono fidelizzate alla causa e quelle che sono state attratte dall’iniziativa. Inutile dire che i social network rivestono un ruolo fondamentale.</li>
</ul>
<p>E allora facciamolo. Unmask the corrupt.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a>É tempo che la corruzione faccia fronte alle conseguenze dei suoi crimini. Insieme possiamo far sì che ciò accada.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Protezione dei Whistleblowersn: i principi di Transparency International</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Mar 2016 08:30:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giorgia Filippucci]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Whistleblowing]]></category>
		<category><![CDATA[Transparency International]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; Riconosciuto il ruolo dei Whistleblowers nella lotta contro la corruzione, molti paesi hanno iniziato ad introdurre leggi per la loro protezione tramite convenzioni internazionali ed un numero sempre maggiore tra governi, aziende e organizzazioni no-profit, in giro per il mondo, stanno mettendo in atto procedure effettive per rendere effettiva e sicura la pratica del [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://anticorruzione.eu/wp-content/uploads/2014/02/Cattura16.png"><img class="alignleft size-full wp-image-4565" src="http://anticorruzione.eu/wp-content/uploads/2014/02/Cattura16.png" alt="Cattura16" width="272" height="98" /></a>Riconosciuto il ruolo dei <em>Whistleblowers</em> nella lotta contro la corruzione, molti paesi hanno iniziato ad introdurre leggi per la loro protezione tramite convenzioni internazionali ed un numero sempre maggiore tra governi, aziende e organizzazioni no-profit, in giro per il mondo, stanno mettendo in atto procedure effettive per rendere effettiva e sicura la pratica del <em>whistleblowing</em>. È essenziale che le suddette procedure prevedano quindi canali effettivamente accessibili per i <em>whistleblowers</em>, in modo che si sentano sicuri di poter rivelare informazioni utili, poi, all’introduzione di necessarie ed eventuali riforme. Nell’aiutare questi sforzi, Transparency International ha presentato i Prinicipi Internazionali per la legislazione dei Whistleblowers. Questi principi sono una guida nella formulazione di nuove, e nel rafforzamento delle esistenti, legislazioni in materia di whistleblowing. Gli stessi dovrebbero ovviamente essere adattati alle singole politiche dei paesi, ai contesti sociali e culturali, ai quadri legali esistenti. Prendendo in considerazione le lezioni apprese tramite le leggi esistenti e la loro pratica implementazione, questi principi sono stati elaborati grazie all’aiuto congiunto di esperti di <em>whistleblowing</em>, ufficiali di governo, professori accademici, istituti di ricerca e organizzazioni non governative di tutto il mondo. &#8220;I whisleblower svolgono un ruolo essenziale nel rivelare corruzione, frode, cattiva gestione e altri illeciti che minacciano la salute e la sicurezza pubblica, l&#8217;integrità finanziaria, i diritti umani, l&#8217;ambiente e lo stato di diritto&#8221; si legge nel Report di TI.</p>
<p style="text-align: justify;">Per maggiori informazioni e per consultare i Principi Internazionali per la Legislazione dei Whistleblowers di Transparency International (November 2013), il Report è disponibile al <a href="http://www.transparency.org/whatwedo/publication/international_principles_for_whistleblower_legislation" target="_blank">link</a>.</p>
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		<title>Effettiva protezione dei Whistleblower in Europa</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Mar 2016 09:46:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giorgia Filippucci]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Whistleblowing]]></category>
		<category><![CDATA[EU]]></category>
		<category><![CDATA[Transparency International]]></category>

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		<description><![CDATA[Esiste e, se c’è, qual è l’effettiva protezione dei Whistleblowers in Europa? Transparency International ancora una volta propone una risposta tramite un report che titola “Whistleblowing in Europe: legal protections for Whistleblowers in the EU”. Questo report è una valutazione generale di quelli che sono gli sforzi e le procedure adottate da 27 paesi membri dell’Unione [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://anticorruzione.eu/wp-content/uploads/2014/02/2013_WhistleblowingInEurope_EN_116.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4629" src="http://anticorruzione.eu/wp-content/uploads/2014/02/2013_WhistleblowingInEurope_EN_116.jpg" alt="2013_WhistleblowingInEurope_EN_116" width="116" height="164" /></a>Esiste e, se c’è, qual è l’effettiva protezione dei <em>Whistleblowers</em> in Europa?</p>
<p style="text-align: justify;">Transparency International ancora una volta propone una risposta tramite un report che titola <em>“</em>Whistleblowing in Europe: legal protections for Whistleblowers in the EU”<em>. </em>Questo report è una valutazione generale di quelli che sono gli sforzi e le procedure adottate da 27 paesi membri dell’Unione Europea al fine di introdurre una protezione legale dei <em>Whistleblowers</em>. Ponendo un occhio di riguardo ai fattori (politici e sociali tra i tanti), che in qualche modo incoraggiano od ostacolano le pratiche di <em>whistleblowing</em> sul luogo di lavoro, e che quindi permettono o inibiscono l’adozione di leggi specifiche nei paesi UE, questo documento riporta temi generali e specifici per il miglioramento della protezione dei <em>whistleblowers</em> da una parte e per il rafforzamento dell’accettazione e dell’apprezzamento del <em>whistleblowing </em>come pratica abituale. Il report è basato su studi approfonditi a livello nazionale, condotti dai ricercatori di tutta Europa.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Il <em>whistleblowing</em> comporta rischi professionali e personali. I residenti e i cittadini dell&#8217;UE dovrebbero considerare l&#8217;utilizzo di strade sicure per segnalare la corruzione o altri gravi illeciti nel loro posto di lavoro e cercare la migliore consulenza disponibile prima di farlo&#8221; si legge nel report.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Report <em>“</em>Whistleblowing in Europe: legal protections for Whistleblowers in the EU” (November 2013) è consultabile al <a href="http://www.transparency.org/whatwedo/publication/whistleblowing_in_europe_legal_protections_for_whistleblowers_in_the_eu" target="_blank">link</a>.</p>
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		<title>Corruzione e povertà. Terminare l&#8217;una per terminare l&#8217;altra.</title>
		<link>http://anticorruzione.eu/2016/02/corruzione-e-poverta-terminare-luna-per-terminare-laltra/</link>
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		<pubDate>Fri, 05 Feb 2016 09:00:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giorgia Filippucci]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Analisi e Ricerche]]></category>
		<category><![CDATA[corruzione]]></category>
		<category><![CDATA[featured]]></category>
		<category><![CDATA[G20]]></category>
		<category><![CDATA[mancanza di Stato]]></category>
		<category><![CDATA[obiettivi sostenibili globali]]></category>
		<category><![CDATA[povertà]]></category>
		<category><![CDATA[Transparency International]]></category>

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		<description><![CDATA[[english version below] 2 Febbraio 2016. Berlino. Come tutte le mattine, accendo il PC e leggo le notizie di attualità sul web. Controllo le mail e cerco qualcosa di interessante tra le news. Mentre scorro le pagine, penso che è da un po’ che non scrivo di corruzione ed è da un po’ che non [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>[english version below]</p>
<p>2 Febbraio 2016. Berlino.</p>
<p>Come tutte le mattine, accendo il PC e leggo le notizie di attualità sul web. Controllo le mail e cerco qualcosa di interessante tra le news.</p>
<p>Mentre scorro le pagine, penso che è da un po’ che non scrivo di corruzione ed è da un po’ che non parlo di povertà.</p>
<p>La mia tesi di laurea della triennale era intitolata “Microcredito: come rendere la povertà un ricordo del passato”. Un titolo ed un tema forse un po’ utopistici. Mi piace pensare che siano semplicemente ambiziosi. Sono ancora convinta che il microcredito sia uno dei quegli strumenti che, se stimolato da diversi fronti e con le giuste energie ed investimenti, possa attenuare e smussare gli angoli della povertà.</p>
<p>Continuo a leggere:</p>
<p>“Italia…61 posto nella classifica Perception Index.. corruzione ovunque.. mazzette.. soldi.. trasporti pubblici..  settore pubblico, settore privato..”. Che dire invece delle realtà in cui, nell’effettivo, un settore pubblico, e tantomeno uno privato, non esistono?</p>
<p>Mi appare per caso la foto che riporto qui sotto. E i miei ricordi vanno al 2013.</p>
<div id="attachment_4963" style="width: 396px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://anticorruzione.eu/wp-content/uploads/2016/02/AM_Ahad_red_dress_girl_original-620.jpg"><img class=" wp-image-4963" src="http://anticorruzione.eu/wp-content/uploads/2016/02/AM_Ahad_red_dress_girl_original-620-300x202.jpg" alt="Una bambina che lavora in una fabbrica di reciclaggio della plastica a Dhaka" width="386" height="260" /></a><p class="wp-caption-text">Una bambina che lavora in una fabbrica di reciclaggio della plastica a Dhaka</p></div>
<p>Nel settembre 2013 sono stata in Congo con l’associazione no-profit Amka Onlus. Esperienza bellissima dal punto di vista umano e umanitario. Non racconto i dettagli del viaggio e dei progetti che ho seguito sul campo ma, per chi fosse curioso, consiglio di dare un’occhiata a questa bellissima associazione (<a href="http://www.amka.org">www.amka.org</a>).</p>
<p>Arrivo a Lubumbashi. Inutile dire che, solo nel cercare di recuperare i nostri bagagli all’aeroporto, ci siamo subito scontrati con una quotidiana (strano a scriverlo) scena di corruzione. Trasportavamo materiale medico per la clinica di Lubumbashi ed ovviamente si trattava di un qualcosa che gli ufficiali e lo staff aeroportuale non si sono fatti sfuggire. Ed ecco che viene richiesta la mazzetta. Anzi, in realtà non viene neanche richiesta. È una cosa talmente normale da non aver bisogno dell’utilizzo di parole. Resta tacita. Non espressa. Nascosta. Quasi non c’è. Ne rimane traccia solo sulle mani che ad un certo punto si toccano. Non per carità, non per gentilezza, non per affetto, non per conoscenza. Si toccano per uno scambio che sporca. E le mani diventano strumento di corruzione e simbolo di regola.</p>
<p>Perché succede? Perché è la povertà. Perché la povertà sta nella porta accanto ma sta anche in interi paesi. E in quest’ultimo caso non si tratta di qualcosa di facilmente reversibile nel breve termine.</p>
<p>La mia attenzione finisce su un articolo di <em>Transparency International </em>(<a href="http://blog.transparency.org/2015/09/24/measuring-corruption-to-end-poverty-2/">http://blog.transparency.org/2015/09/24/measuring-corruption-to-end-poverty-2/</a>).</p>
<p>Titola in maiuscolo: “ENDING CORRUPTION, ENDING POVERTY “ – Dar fine alla corruzione, dar fine alla povertà”.  Titolo non meno ambizioso della mia tesi di laurea. Però trovo del vero anche in questo.</p>
<p>Dove c’è povertà, non c’è lo Stato (o viceversa forse?). Dove non c’è lo Stato, c’è la Corruzione.</p>
<p>Durante il G20 (Antalya, Turchia) le Nazioni Unite hanno concordato sui 17 goal di sviluppo sostenibile (http://www.globalgoals.org/it/). Tra questi il 16esimo stabilisce di:</p>
<p style="text-align: center;"><em>“Promuovere società pacifiche e inclusive per lo sviluppo sostenibile, garantire a tutti l’accesso alla giustizia, realizzare istituzioni effettive, responsabili e inclusive a tutti i livelli”.</em></p>
<p>Mi pare sia la prima volta che venga riconosciuta negli obiettivi di sviluppo sostenibile una cosa del genere, ovvero che i frutti dello sviluppo di un paese siano strettamente connessi alla <em>governance </em>del medesimo paese<em>.</em></p>
<p>Un alto tasso di corruzione è  una delle più grandi cause dell’elevato tasso di mortalità materna ed infantile. Nei paesi più poveri, una persona su due deve pagare mazzette per potere accedere ai servizi di base quali educazione, sanità ed acqua. Finalmente le potenze mondiali hanno riconosciuto gli effetti corrosivi della corruzione nella vita delle persone più deboli e sono quindi pronte a reagire.  Ovviamente le parole e  i buoni propositi non bastano. Servono azioni concrete per sopperire alla mancanza di uno Stato forte e un’autorità che permetta a tutti i bambini educazione di base e sanità; che implementi appropriate misure per gestire i cambiamenti climatici; che garantisca un buon governo e giustizia per tutti; che crei istituzioni efficienti che possano ridurre il ricorso alla corruzione.</p>
<p>Uno studio portato avanti da Transparency International mostra come alti livelli di corruzione siano significativamente e positivamente correlati ai livelli di aiuti esteri. Cosa ci dice ciò? Che la corruzione rimuove ogni incrementale effetto positivo che gli aiuti umanitari riescono gradualmente ad ottenere sulla riduzione della povertà.</p>
<p>Come si spiega una cosa del genere? Perché c’è la corruzione. Purtroppo è un circolo vizioso:</p>
<p style="text-align: center;">povertà → aiuti umanitari → corruzione → povertà</p>
<p>e così via. Nella maggior parte dei casi, i politici corrotti dei paesi poveri intascano i ricavi dello Stato quando arrivano gli aiuti esteri nel tentativo di garantire e mantenere i servizi statali di base.</p>
<p>Le Nazioni Unite, dopo il G20 tenutosi quest’anno, stanno prendendo quindi azioni concrete nella lotta contro la corruzione e nella creazione di un mondo migliore. Per citarne brevemente alcune, sarebbero previsti nuovi piani per il monitoraggio dei livelli di corruzione e allo stesso tempo dei progressi sugli obiettivi globali; programmi per pubblicizzare il lavoro delle ONG nell’implementare gli obiettivi del G20, inclusi i programmi e le risorse a disposizione; report costanti (inclusi quelli di sostenibilità)da parte del settore privato; accesso ai sistemi informativi di ONG e aziende: punto FONDAMENTALE nella creazione di indicatori completi che possano dare una veduta a 360 gradi del livello di corruzione dei paesi: i dati di aziende ed associazioni devono essere condivisibili, comparabili, accessibili, tempestivi e comprensibili. E purtroppo, per quanto difficile, le decisioni che prendiamo oggi sul come valutare e misurare la corruzione saranno decisive nel rendere migliore la vita di molte persone e nel cercare di sradicare la povertà nei prossimi 15 anni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>February, the 2nd. Berlin.</p>
<p>As every morning, I turn my PC on and read the news on the web, looking for something particularly interesting.</p>
<p>Scrolling through the pages, one thought comes in my mind: it’s long time that I don’t write something about corruption and it’s long time I say nothing about poverty.</p>
<p>My bachelor thesis carried the headline: “Microloans: how to make poverty a thing of the past”. A title and a topic utopian somehow. I like to believe they’re simply ambitious.</p>
<p>I’m still firmly convinced that microloans can be a powerful tool (if supported by different strategies, energies and investments) to mitigate and smooth edge of poverty.</p>
<p>I keep reading:</p>
<p>“Italy.. 61st place in the Perception Index ranking.. corruption is everywhere.. bribes.. money.. public transportation.. public sector.. private sector..”. But what about all those countries where there’s no public and, moreover, private sector?</p>
<p>My attention is then attracted by a picture (here, above). And my thoughts go back to 2013.</p>
<p>In September 2013 I went to Congo with the no-profit association Amka Onlus. Amazing experience from the human and humanitarian point of view. I don’t tell the details of my trip and of the projects I took on but, for those who might be curious, I strongly recommend to give a look to this amazing association (<a href="http://www.amka.org">www.amka.org</a>).</p>
<p>We landed in Lubumbashi. It probably goes without saying that we immediately ended up in a “daily corruption situation”. We were carrying with us medical equipment for the local hospital and, obviously, it didn’t go unnoticed. All in a sudden, getting our luggage became a very tough challenge. And that’s the moment the bribe shows up.</p>
<p>And it’s not even requested. It’s such a normal thing that it doesn’t require any words. It stays silent. Not express. Hidden. Almost not there. There’s a trace left just on the hands that at some point get in touch. Not for charity, not for kindness, not for affection, not for get to know each other. They touch and then they stay filthy. Hands become, by that time, corruption instrument and symbol of rule.</p>
<p>Why does this happen? Because it’s the poverty. Because our neighbors may be poor but even whole countries are. And in this last case, poverty is not easily reversible in the short term.</p>
<p>My attention goes to a Transparency International article (<a href="http://blog.transparency.org/2015/09/24/measuring-corruption-to-end-poverty-2/">http://blog.transparency.org/2015/09/24/measuring-corruption-to-end-poverty-2/</a>).</p>
<p>The headline says: “ENDING CORRUPTION, ENDING POVERTY”. Title no less ambitious than my bachelor thesis. But I find it true at the same way. Where there’s poverty, there’s no State (or in the other way around maybe?). Where there’s no State, there’s corruption.</p>
<p>During the G20 meeting, United Nations agreed on 17 sustainable development goal (<a href="http://www.globalgoals.org/it/">http://www.globalgoals.org/it/</a>).</p>
<p>Among these, the 16<sup>th</sup> establishes to:</p>
<p style="text-align: center;"><em>“Promote peaceful and inclusive societies for sustainable development, provide access to justice for all and build effective, accountable and inclusive institutions at all levels”.</em></p>
<p>This Goal is a big purpose for the world. In effect, it recognises the development dividend from governance. Widespread bribery is associated with high maternal mortality and children dying before they even reach the age of five. In the poorest countries, one out of every two people has to pay a bribe to access basic services like education, health and water.</p>
<p>Finally,  global powers recognise the corrosive effect of corruption on the lives of the world’s most poor and they are prepared to act.  Obviously, we need concrete actions that could compensate for the absence of a real government and of an authority that allows children to have basic education and health care; an authority that takes proper measures to manage climate change; that guarantees a good governance and justice for all; that builds sustainable institutions to reduce the dependence on corruption.</p>
<p>A Transparency International analysis shows how higher levels of corruption are positively and significantly associated with levels of foreign aid. What does this reveal? That corruption removes every incremental positive effect that foreign aid has on poverty reduction.</p>
<p>But, again, why?</p>
<p>Because it’s the corruption. Unfortunately, it’s like a loop:</p>
<p style="text-align: center;">poverty → foreign aid → corruption → poverty</p>
<p>and so on. In most cases, corrupted politicians in poor countries are diverting government revenues for private gain while foreign aid pours in to maintain basic government services (Transparency International, 2015).</p>
<p>United Nations, after G20 meeting of this year, are taking serious counteractions in the fight against corruption and in the creation of a better world. Just to name some of them: new plans aimed at monitoring levels of bribery and at the same time at evaluating the country progress on the global goals; programs to publicize what NGOs do to implement the goals, including resources; constant reports from the private sector on how they will deliver on the agenda (e.g. sustainability reports); access to informative system of NGOs and companies: that’s something of pivotal importance in the creation of strong indicator. Data must be open: shareable, comparable, accessible, timely, understandable.</p>
<p>It’s really a tough challenge but the decisions we take today regarding  how to measure and evaluate levels of corruption will be crucial in making life better for more people and in eradicating poverty in the next 15 years.</p>
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		<title>Abuso di potere e gerarchie: &#8220;Tutto il  mondo è paese&#8221;</title>
		<link>http://anticorruzione.eu/2015/11/abuso-di-potere-e-gerarchie-tutto-il-mondo-e-paese/</link>
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		<pubDate>Fri, 27 Nov 2015 10:36:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giorgia Filippucci]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Analisi e Ricerche]]></category>
		<category><![CDATA[abuso di potere]]></category>
		<category><![CDATA[autorità]]></category>
		<category><![CDATA[Berlino]]></category>
		<category><![CDATA[corruzione]]></category>
		<category><![CDATA[featured]]></category>
		<category><![CDATA[followers]]></category>
		<category><![CDATA[leadership]]></category>

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		<description><![CDATA[24 novembre 2015. Berlino. Da quando sono qui, più volte mi è capitato di andare a Career Fair e giornate dedicate al reclutamento dei giovani all’interno delle aziende.  La mia prima volta ad un Career Day, qui in territorio tedesco, è stata all’insegna della scoperta e della goffaggine: passavo di stand in stand senza sapere [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>24 novembre 2015. Berlino. Da quando sono qui, più volte mi è capitato di andare a Career Fair e giornate dedicate al reclutamento dei giovani all’interno delle aziende.  La mia prima volta ad un Career Day, qui in territorio tedesco, è stata all’insegna della scoperta e della goffaggine: passavo di stand in stand senza sapere davvero che cosa dovessi fare: “Devo presentarmi? Devo dire chi sono?  Cosa cerco? Devo <em>vendermi </em>bene? Che devo chiedere?”.  Penso di aver fatto ridere molti. Poco dopo, però,  ho iniziato a divertirmi. Insomma, si tratta del primo, seppure superficiale, contatto con il mondo del lavoro ed è divertente percepire la differenza che c’è tra <em>te </em>(pupo svezzato dalla magistrale) e uomo/donna di lavoro con un’esperienza che tu puoi far solo finta di immaginare– considerando che non hai neanche alcuna idea del lavoro per cui stai facendo applicazione.</p>
<p>Per la prima volta, sono stata dunque partecipe dell’interazione tra datore di lavoro – in veste di Manager delle Risorse Umane nella maggior parte dei casi – e potenziale reclutato.</p>
<p>Come già detto, impossibile non percepire una certa distanza di ruoli e la sensazione di essere minuscoli di fronte alla grandezza del mondo del lavoro. Ecco, direi che la sensazione potrebbe essere assimilata a quella rappresentata  nel dipinto romantico di Caspar David Friedrich, il <em>Viandante sul mare di nebbia</em> (1818), dove la <em>Natura</em> ha un ruolo dominante e l’uomo, irrilevante e minuscolo non può far altro che ammirarne la bellezza e l’infinità. Ok,  forse è un po’ estrema come metafora ma, se ci si pensa, è cosi.</p>
<p>Nella relazione “datore di lavoro-impiegato” , il primo ha naturalmente una posizione di superiorità rispetto all’altro &#8211; eliminando tutte le premesse e circostanze del caso, per cui un reclutato può avere un atteggiamento e un’attitudine tali da ribaltare le proporzioni di potere; il concetto alla base rimane lo stesso.</p>
<p>Questa situazione prosegue e anzi, si intensifica, una volta assunti e l’impiegato non può far altro che osservare il datore di lavoro, imparare, fare ciò che gli viene richiesto di fare (proprio tutto?), riconoscendo ai superiori l’autorità che compete loro. Giusto cosi, sia chiaro. Non metto in discussione la necessità dell’esistenza di ruoli e gerarchie all’interno delle dinamiche aziendali. È il potere che ne deriva che oggi mi fa riflettere.</p>
<p><em>Potere</em>: la capacità di influenzare il comportamento degli altri ed esercitare un controllo sugli stessi; può riguardare l’individuo, come il team; può derivare da diverse fonti e si distingue dalle strategie di influenza.</p>
<p>Al mio primo Career Day, ero all’università TU ( Technische Universität) e le aziende erano principalmente alla ricerca di ingegneri od esperti nei settori informatici e tecnologici, con un’ottima conoscenza della lingua tedesca. Il mio background e la mia specializzazione sono prettamente economici e il mio tedesco è in via di perfezionamento ma  ho deciso comunque di dare un’occhiata e tentare la fortuna. Inutile dire che è stato più un modo per allenarmi nell’approccio con le aziende che per ottenere risultati concreti. Mentre guardavo i nomi delle aziende, sperando in una qualche epifania che me le facesse riconoscere, un ragazzo mi ferma, chiedendomi se potessi essere interessata nell’azienda che rappresentava. Mi fermo, iniziamo a parlare e ancora una volta mi conferma le cose che già sapevo: competenze tecniche e madrelingua tedesca. Benissimo, non faccio per voi. Chiede comunque di lasciare il mio numero di telefono per un potenziale colloquio che mi sarebbe stato fatto da lui stesso (non si sa per quale posizione). Me ne vado. Due giorni dopo, nel bel mezzo della notte, mi arriva un sms di questo tizio sconosciuto che palesemente non aveva alcuna intenzione di farmi un colloquio. Non ho neanche risposto ma ora mi chiedo: era un (fallimentare) tentativo di abuso del potere (anche se poi nell’effettivo, lui su di me, non esercitava alcun potere)? Mi avrebbe proposto un internship se avessi acconsentito a vederlo? Mi dispiace non aver fatto ulteriori  domande per capire come sarebbe andata; in quel momento la mia eticità ha avuto la meglio. Ovviamente non posso parlare di corruzione. Tuttavia quel ragazzo lavora; e tutti i giorni interagisce con altre persone, altre aziende, altre istituzioni. Si presume che abbia una certa professionalità. Dovrebbe essere il biglietto da visita dell’azienda. Possibile che non riesca a percepire l’importanza di una simile cosa di fronte ad una studentessa che, dal canto suo, richiede e spera una determinata professionalità? E se non lo percepisce nel più semplice ambito di un career fair, può percepirlo davvero in ambito lavorativo?</p>
<p>Abuso di potere: approfittarsi del potere per ottenere un beneficio personale. Non etico ma non sempre illegale. Il problema è che basta veramente poco per cadere nell’ambito dell’illegalità e parlare di corruzione.</p>
<p>Un leader arrogante, rigido, inflessibile, disposto a sfruttare gli altri, privo di empatia, disinibito, ossessionato dal potere.</p>
<p>Seguaci impauriti, accordanti, conformi, inetti, sottomessi, ansiosi, che si lasciano dominare dall’autorità.</p>
<p>Una cultura organizzativa dove vige la separazione tra leader e followers, dove i metodi di selezione del personale sono basati su conoscenze personali piuttosto che su basi oggettive; dove la struttura organizzativa è centralizzata e la distribuzione di potere è ineguale.</p>
<p>Questi tre fattori portano ad una leadership dannosa e tossica, che viola gli interessi dell’azienda nel lungo termine e il benessere degli impiegati.</p>
<p>Possibili soluzioni? Coinvolgimento del leader nelle attività di tutti i giorni, una minore dipendenza dei followers dallo stesso, misurazioni oggettive di performance, coinvolgimento di esterni, cambiamento nella cultura organizzativa, decentralizzazione della struttura, rimozione di limiti burocratici, selezione ed educazione dei leader, espressione di fiducia nei subordinati,  creazione di giustizia all’interno di un clima positivo di motivazione e iniziativa personale. Forse sono questi i fattori mancanti che hanno portato allo scandalo Volkswagen?</p>
<p>Non so se mi consola o mi rattrista di più pensare che in tema di corruzione, “tutto il mondo è paese”.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Come proteggere i Whistleblowers? Lo studio di Transparency International</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Oct 2015 12:50:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giorgia Filippucci]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Whistleblowing]]></category>
		<category><![CDATA[featured]]></category>
		<category><![CDATA[Transparency International]]></category>
		<category><![CDATA[UN Convention Against Corruption]]></category>
		<category><![CDATA[whistleblowers]]></category>
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		<description><![CDATA[Recenti scandali, nonché crisi finanziarie mettono in evidenza l`importanza del sostenere ed incoraggiare pratiche di whistleblowing in qualsiasi settore economico, in modo da accrescere il coinvolgimento e l´interesse su questi temi ed evitare che la corruzione distrugga le attivitá economiche, sociali e politiche di un paese. Ogni paese si puó cosí permettere di non proteggere [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://anticorruzione.eu/wp-content/uploads/2014/02/UNCAC.jpg"><img class="alignleft  wp-image-4099" src="http://anticorruzione.eu/wp-content/uploads/2014/02/UNCAC.jpg" alt="UNCAC" width="168" height="168" /></a>Recenti scandali, nonché crisi finanziarie mettono in evidenza l`importanza del sostenere ed incoraggiare pratiche di <em>whistleblowing</em> in qualsiasi settore economico, in modo da accrescere il coinvolgimento e l´interesse su questi temi ed evitare che la corruzione distrugga le attivitá economiche, sociali e politiche di un paese. Ogni paese si puó cosí permettere di non proteggere i Whistleblowers? Chiaramente il livello di sicurezza e le misure impiegate per difendere i Whistleblowers dipendono dal livello di sviluppo economico di un paese ma esistono altrettanti strumenti facilmente applicabili ed i cui risultati possono portare benefici sicuramente superiori ai costi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel maggio del 2013 é stato pubblicato uno studio, &#8220;Whistleblowing protection and the UN Convention Against Corruption&#8221;, da Transparency International in cui vengono presentati strumenti per incrementare la protezione dei whistleblowers attraverso un processo di revisione della Convenzione contro la corruzione delle Nazioni Unite (UNCAC). Risultati interessanti di questo studio riguardano in particolare l´implementazione dell´art. 33-5 della convenzione. Questo articolo é cruciale per il successo generale della convenzione. Perché? Gli investigatori costantemente riconoscono l´essenzialità del ruolo dei <em>whistleblowers</em> nel successo delle indagini contro la corruzione. Senza informazioni dall´interno é molto difficile tacciare la corruzione. L´articolo 33 richiede dunque ai paesi di portare avanti un processo di valutazione di appropriate misure che facciano fronte a ció ed é poco probabile che avvenga in modo efficace se gli stati non si impegnano nel cercare margini di miglioramento, sia in termini legali che pratici. Lo sviluppo di sistemi per la protezione dei <em>whistleblowers</em> é complesso ed é un goal difficile da raggiungere in una sola volta. Non esiste una soluzione perfetta ma alcuni paesi hanno fatto degli sforzi per cercarne una e le loro esperienze possono essere illuminanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo studio &#8220;Whistleblowing protection and the UN Convention Against Corruption&#8221; (May 2013) è consultabile al<a href="http://files.transparency.org/content/download/1328/10297/file/2013_WhistleblowerProtectionUNCAC_EN.pdf"> link</a>.</p>
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		<title>Scandalo Volkswagen: &#8220;mele marce&#8221; o corporate culture?</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Oct 2015 09:52:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giorgia Filippucci]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Berlino. 23 Settembre 2015. L’aria è tesa per via dello scandalo appena dilagato della Volksvagen. Come tutti i mercoledì, vado alla lezione di Human Resources nell’università che sto frequentando qui a Berlino. È una delle prime lezioni per cui devo ancora cogliere il senso della materia. E sono molto sorpresa quando, all’inizio della lezione, il [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Berlino. 23 Settembre 2015. L’aria è tesa per via dello scandalo appena dilagato della Volksvagen. Come tutti i mercoledì, vado alla lezione di Human Resources nell’università che sto frequentando qui a Berlino. È una delle prime lezioni per cui devo ancora cogliere il senso della materia. E sono molto sorpresa quando, all’inizio della lezione, il Professore proietta il video di scuse dell’amministratore delegato della Volkswagen, Martin Winterkorn.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel mentre, prendo qualche appunto random sul mio quaderno:</p>
<p style="text-align: justify;">“Trasparenza – dobbiamo spiegazioni  ai consumatori, al pubblico, agli impiegati ed agli stakeholders – fiducia nel marchio, nelle macchine, nella tecnologia – riconquistare la fiducia passo dopo passo – <em>il team non se lo merita</em> – apertura e trasparenza”;<br />
e ancora: “l’onestà e il lavoro duro di molti sono messi in discussione da una terribile condotta di pochi”.<br />
Benissimo. “Pare che HR mi darà spunti interessanti su cui riflettere in tema di trasparenza ed integrità” penso.</p>
<p style="text-align: justify;">Come è possibile che avvengano certe cose?<br />
È socialmente accettabile? Sicuramente no.<br />
E all’interno dell’impresa? Dipende.<br />
Da cosa? Questo è il punto.</p>
<p style="text-align: justify;">È davvero possibile che uno scandalo del genere dipenda da “poche mele marce”? Se anche cosi fosse, è possibile che nessuno abbia esternato la cosa all’autorità o abbia impedito l’azione di questi pochi da subito?</p>
<p style="text-align: justify;">No. Non credo la colpa possa essere attribuita ad un numero ristretto di persone. Per essere chiari, può anche essere che siano state le “mele marce” a manomettere i test. Ma il verme non sta tanto nelle persone quanto nella cultura dell’organizzazione, nella <em>corporate culture</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">La cultura di un’organizzazione influenza il <em>come</em> e il <em>perché</em> i lavoratori fanno ciò che fanno. Gli individui tipicamente si adattano e conformano le proprie azioni rispetto ai valori messi in evidenza dalla cultura. Trovano legittimazione e giustificazione in essa. La usano come scudo e protezione. Un po’ per paura, un po’ per inclinazione. E l’integrità dove va a finire?</p>
<p style="text-align: justify;">Respirare aria malsana fa comportare in modo sporco. Respirare aria salubre fa comportare in modo etico.</p>
<p style="text-align: justify;">E la cultura è a sua volta influenzata dalla cultura nazionale, dalla cultura dell’industria e del settore, dalla cultura dei top managers.</p>
<p style="text-align: justify;">Diciamo anche che non mi sarebbe piaciuto essere a capo dell’HR della Volkswagen in quei giorni.<br />
Al momento della selezione e del reclutamento, è possibile riconoscere una persona etica da una che invece non lo è? Come si può avere la certezza di trovarsi di fronte ad una persona che può effettivamente rispecchiare gli interessi dell’azienda, nei comportamenti, nei pensieri, nelle responsabilità, facendosi portatore dei valori di impresa? Si può trasmettere efficacemente l’insegnamento per cui il concetto di <em>Triple Bottom Line ( </em>non solo <em>Profitti</em> ma anche <em>Persone</em> e <em>Pianeta</em>) non è solo un qualcosa di astratto ma va davvero tenuto in considerazione?</p>
<p style="text-align: justify;">Interviste più specifiche e dettagliate; analisi psicologiche; proposizione di casi aziendali per valutare e misurare il grado di reazione a casi di corruzione, in assenza di trasparenza; la creazione di un codice di condotta alla base di tutto; l’introduzione di un sistema di ricompense e punizioni; un’<em>hotline</em> anonima per potenziali <em>whistlebowers</em>; l’introduzione di un sistema di formazione ed educazione per i nuovi entrati ma anche per coloro che già fanno parte dell’impresa, in modo da essere certi che non si scordino mai quali sono i valori trainanti della stessa: tutti devono avere chiara la visione della cultura che è stata costruita nel tempo e gli standard di eticità che dovrebbero modellare i loro comportamenti <em>per </em>l’organizzazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste tra le mie risposte.</p>
<p style="text-align: justify;">No, le Risorse Umane non hanno un ruolo da poco in questi casi. Ed era una cosa a cui non avevo mai veramente pensato. Può l’HR essere un primo effettivo filtro, una protezione per le “mele marce”?</p>
<p style="text-align: justify;">È una sfida che mi piacerebbe molto intraprendere: cultura, etica, business.</p>
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		<title>Le regole del gioco</title>
		<link>http://anticorruzione.eu/2015/04/copiare-per-diventare-cattivi-cittadini/</link>
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		<pubDate>Tue, 28 Apr 2015 06:49:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giorgia Filippucci]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Scuola e Formazione]]></category>
		<category><![CDATA[corruzione]]></category>
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		<description><![CDATA[Maggio 2012. Primo anno di università, primi esami. Nuovo modo di vedere i libri, i corsi, gli insegnanti. Diversa percezione della propria formazione e della propria crescita. L’università ti fa rendere conto di tante cose. Innanzitutto, rispetto al liceo, tutto acquisisce una dimensione più individualistica. Inizi a percepire davvero di essere solamente un pesciolino in [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Maggio 2012. Primo anno di università, primi esami. Nuovo modo di vedere i libri, i corsi, gli insegnanti. Diversa percezione della propria formazione e della propria crescita. L’università ti fa rendere conto di tante cose. Innanzitutto, rispetto al liceo, tutto acquisisce una dimensione più individualistica. Inizi a percepire davvero di essere solamente un pesciolino in un mare di altri pesci e, con intensità più o meno grande,inizi a prendere coscienza di chi sei ma soprattutto di chi vuoi essere. Inoltre, quando uno studente esce dalla scuola secondaria, necessariamente si trova a doversi staccare da tutto ciò che la scuola di per sé rappresenta. Infanzia, adolescenza, spensieratezza, mancanza di responsabilità, leggerezza, non considerazione delle conseguenze. Ma “è giusto”? (non amo l’aggettivo in questione. Il suo uso implica una serie di premesse e assunzioni che complicherebbero il discorso). “Giusto” si, fino ad un certo punto.</p>
<p style="text-align: justify;">Maggio 2012. Primo anno di università. Primi esami. A Tor Vergata, gli esami sostenuti da un numero molto elevato di studenti si svolgono nelle aule più grandi. L’esame di microeconomia era uno di quelli. Aula Magna, nello specifico. Il professore prima di farci entrare ci chiede il libretto universitario, dove sono indicati tutti i nostri dati, nonché la nostra foto. Verifica attentamente la corrispondenza dei nostri volti con quelli sul libretto con fare autoritario. Ricordo ancora lo stato di ansia che qualcosa potesse andare storto, nonostante fosse assolutamente irreale: insomma, il nome ed il cognome erano quelli per forza! L’assistente del professore ci fa sedere a due posti di distanza l’uno dall’altro, a file alternate in modo da stare abbastanza lontani. L’aula si riempie. Il Professore, con calma e una solennità mai vista prima, forte del rispetto e dell’attenzione dei suoi studenti, prende il microfono in mano.</p>
<p style="text-align: justify;">“Bene ragazzi. Le regole del gioco”.</p>
<p style="text-align: justify;">10 minuti, se non di più, che non scorderò mai. Gli occhi degli studenti fissi sul professore con la stessa intensità delle lezioni. Orecchie <em>appizzate</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Etica. Integrità. Trasparenza. Onestà</em>. Come è possibile immaginare, il fil rouge e il messaggio erano “Non copiate”. Ma a differenza degli altri moniti a non copiare, questa volta il professore puntava alla nostra intelligenza. E un po’ sicuramente ai nostri sensi di colpa. Copiare, far copiare è ingannare. Ingannare il professore, gli altri studenti, se stesso e alla fine dei conti, il sistema. Noi siamo cittadini del mondo e in primis della società. Miriamo a far funzionare le cose; ci aspettiamo di trovare un buon lavoro e magari ben retribuito. Vogliamo rispetto, gratificazioni, senso di appartenenza; vogliamo avere ciò che pensiamo di meritarci e, a tal fine, tutto deve funzionare in modo adeguato. E fin qui tutto ok. Le cose cambiano quando siamo i primi a far si che le cose non vadano nel verso giusto. “Ma che sarà mai? È solo un esame!” si certo.. con la stessa logica con cui si ruba “una cosa di poco valore alla fine” oppure quando si truffa qualcuno pensando: “per una volta che sarà mai”. Quella volta non sarà la sola, però.</p>
<p style="text-align: justify;">E così, la scuola diventa la prima maestra di disonestà. Perché è vero, a scuola è normale copiare! Due studenti su tre copiano e l’83% degli adolescenti non li condanna (Marcello Dei, 2011).</p>
<p style="text-align: justify;">Immediata è l’associazione con gli inganni tra i banchi di scuola e la corruzione nelle grandi opere. Chi copia passa avanti ai colleghi onesti esattamente come chi vince un appalto grazie alle mazzette. Chi fa copiare, lo fa per non essere emarginato dagli altri, per non essere additato come il “secchione” di turno. E anche qui, chi passa il compito, lo dovrebbe passare a tutti in modo da essere corretto, non solo al gruppetto di amici. Il passo all’assegnazione di appalti ad amici e parenti è breve.</p>
<p style="text-align: justify;">Nasciamo, cresciamo, apparteniamo ad una collettività. Partiamo dai banchi di scuola e si presuppone che prima o poi occuperemo le fila e saremo parte attiva della società.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho apprezzato molto il discorso di quel professore, il giorno dell’esame. Noi siamo ragazzi, è vero. Ma siamo ormai grandi per avere delle idee e per essere portatori di valori. Quel professore sapeva che, in quel contesto, nonostante universitario, c’era la concreta possibilità e tentazione di copiare. Ed in questo c’è sicuramente qualcosa di sbagliato.</p>
<p style="text-align: justify;">“<em>Poniamo come massima incontestabile che i primi impulsi naturali sono sempre buoni: non esiste alcuna forma di perversità originaria nel cuore umano; non vi si trova un sol vizio di cui non si possa dire come e perché vi sia penetrato. La sola passione naturale nell’uomo è l’amore di sé o amor proprio in senso lato. Questo amor proprio […] è per natura eticamente neutro, ma diventa buono o cattivo per i modi e per le circostanze in cui viene applicato.</em>”</p>
<p style="text-align: justify;">Russeau (Emilio, 1762) già al suo tempo ci suggeriva una cosa molto importante: l’uomo è naturalmente buono ma la società lo corrompe. Inoltre Rousseau ritiene impossibile un’educazione pubblica che si rispetti, all’interno di una società corrotta. E sono queste le basi al suo trattato di pedagogia. Un trattato in cui spiega a chiare parole al suo allievo che “l’ignoranza non ha mai fatto del male. Che solo l’errore è funesto. Che l’uomo non si smarrisce per ciò che non sa, ma per ciò che crede di sapere”(Emilio, p.210, 1762).</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente dobbiamo considerare il fatto che le critiche di Rousseau erano indirizzate all’organizzazione della società del suo tempo, nei suoi valori dominanti: assenza di libertà, disuguaglianza economica, sociale e morale.</p>
<p style="text-align: justify;">Permettetemi di dire che non trovo molte differenze con l’attuale situazione della società in cui viviamo. E i ragazzi vivono e crescono con questi valori. Non trovano nessun male nel copiare, nell’ingannare, nel truffare. La scuola è ormai arresa alla cultura del consumo, allo sprezzo delle regole e il tutto in un clima di tolleranza che smentisce il principio di autorità, svuota il senso della cittadinanza, mina il rispetto della legalità. Con la benedizione di tutti: genitori, insegnanti ed intellettuali. “Copiare per diventare cattivi cittadini”. (Marcello Dei, 2011)</p>
<p style="text-align: justify;">Seguendo il ragionamento di Rousseau, quando nasciamo l’educazione ci viene impartita da tre maestri di vita: dalla natura, dagli uomini,dalle cose. Quella della natura consiste nello sviluppo interno delle nostre facoltà e dei nostri organi; quella degli uomini c’insegna a fare un certo uso di facoltà e organi così sviluppati; l’acquisto di una nostra personale esperienza mediante gli oggetti da cui riceviamo impressioni è l’educazione delle cose. Tra queste tre, solo l’educazione degli uomini può essere controllata. Ma “chi mai può sperare di controllare interamente discorsi ed azioni di tutti coloro che vivono intorno a un fanciullo?” (p. 9)</p>
<p style="text-align: justify;">L’ideale sarebbe che gli insegnamenti vertessero tutti sugli stessi punti e tendessero agli stessi fini. Ma, per l’appunto, è una situazione ideale.</p>
<p style="text-align: justify;">Troppi esempi sbagliati, troppe persone sbagliate ed ecco che la società è marcia.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure c’è ancora qualcuno che ci spera; c’è ancora qualche insegnante che  prova a imprimere nella mente e nell’animo degli studenti una coscienza etica e personale più profonda. Ma questa dovrebbe essere la normalità.</p>
<p style="text-align: justify;">Ringrazierò sempre quel discorso e quel professore. Eticità, trasparenza, onesta. Sono questi i valori di cui mi faccio portatrice e che auspico alle nuove generazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">
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